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Marco muore in moto a 28 anni, poi lo scempio sulla salma

Marco muore in moto a 28 anni, poi lo scempio sulla salma

La storia che stiamo per raccontarvi vi lascerà completamente senza parole. Il centauro Marco Andreoli è morto in un incidente, a soli 28 anni. La sua moto impattò frontalmente contro un mezzo pesante il 21 agosto 2017 a Bussolengo. Durante il sinistro perse il casco riportando innumerevoli, gravissime, devastanti fratture e lesioni. All’epoca C.G, veronese di 63 anni di San Giovanni Lupatoto, faceva il “cellista”, svolgendo servizio al Policlinico di Verona nelle celle mortuarie dell’Azienda ospedaliera scaligera. Un ruolo che gli è costato l’iscrizione nel registro degli indagati per il reato di “vilipendio di cadavere”. La madre denunciò l’uomo per le per le “sconcertanti condizioni in cui versava la salma” del figlio nella bara. (Continua a leggere dopo la foto)

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Marco muore in moto a 28 anni, poi lo scempio sulla salma

La madre di Marco all’epoca dei fatti ha denunciato il “cellista” del Policlinico di Verona per “vilipedio di cadavere”, finendo così in tribunale. Come riportato da Leggo, l’art 410 del codice penale dice che “chiunque commette atti di vilipendio sopra un cadavere o sulle sue ceneri e’ punito con la reclusione da uno a tre anni. Se il colpevole deturpa o mutila il cadavere, o commette, comunque, su questo atti di brutalita’ o di oscenita’, e’ punito con la reclusione da tre a sei anni”. Per due volte, nel corso delle indagini, la Procura scaligera ha chiesto nei confronti di C.G. l’archiviazione delle accuse, ma in entrambi i casi il gip ha rigettato, finendo poi per decretare l’imputazione coatta l’operatore delle celle mortuarie. I racconti della madre di Marco durante le varie udienze fanno decisamente venire i brivi. Ecco che cosa sarebbe accaduto alla salma del giovane centauro. (Continua a leggere dopo la foto)

Cosa sta succedendo in questi giorni

A distanza di sei anni e mezzo dai fatti, il cellista si è ora sottoposto all’esame nel corso del processo di primo grado che si sta celebrando al Tribunale di Verona: una deposizione, quella appena resa in aula dall’imputato, che di fatto ha spostato i riflettori sulla condotta degli operatori delle onoranze funebri. La famiglia di Marco si era affidata ad Agec Onoranze Funebri spa: “Da parte del sottoscritto — è la tesi difensiva sostenuta in udienza dall’ex cellista — era stato sottolineato che, visto il violentissimo impatto nell’incidente costato la vita alla vittima, la salma non era assolutamente il caso che venisse esposta”. Nello scontro in moto contro un camion, il 28enne riportò innumerevoli lesioni e fratture, il che aveva purtroppo “reso la salma della vittima impresentabile per essere esposta, infatti – ha sottolineato l’allora cellista – consigliai una cerimonia funebre a cosiddetta “bara chiusa””. Ma allora perché, nel drammatico momento dell’ultimo addio a Marco, ciò che restava del suo povero corpo venne esposto, infliggendo un’ulteriore, lacerante ferita al cuore di genitori, parenti e amici tutti? Secondo il cellista “fu Agec a decidere di procedere in quel modo, dicendo che quello era il desiderio dei familiari”. Nel processo è coinvolta anche l’Azienda ospedaliera come responsabile civile.

La signora Maria Mecenero durante l’udienza del processo, come riportato da Il Corriere, ha descritto le “strazianti e impresentabili condizioni” in cui versavano i poveri resti dell’adorato figlio Marco Andreoli nel momento in cui il prete si era avvicinato alla bara dove giaceva il 28enne per benedirne la salma. Su Leggo si legge: “Cosa ci può essere per una madre di più doloroso della perdita improvvisa di un figlio rimasto vittima di un terrificante incidente in moto? Ritrovarsi ciò che resta del suo corpo nella bara in condizioni pietose, vedere intrisa di sangue la camicia stirata apposta per seppellirlo nel modo più dignitoso e amorevole, per accompagnarlo nel suo ultimo viaggio”. Per la mamma della vittima quello era “uno scempio”.