Matteo Berrettini sceglie la prudenza e, soprattutto, la programmazione: il romano ha annunciato che non prenderà parte agli ATP 250 di Gstaad e Kitzbühel per gestire un dolore cronico all’anca e arrivare nelle migliori condizioni possibili alla fase più importante della sua stagione sul cemento nordamericano. La decisione arriva in un momento in cui l’azzurro sembrava aver rimesso insieme fiducia e rendimento negli Slam: un percorso di crescita che, però, continua a fare i conti con un fisico delicato e con la necessità di non trasformare un fastidio in un problema strutturale.
Il messaggio è chiaro: la rinuncia non è un passo indietro, ma un investimento. Berrettini vuole proteggere il lavoro fatto negli ultimi mesi e presentarsi competitivo nei Masters 1000 di Montreal e Cincinnati, soprattutto in vista dello US Open (in programma dal 30 agosto al 13 settembre), lo Slam in cui la sua storia internazionale ha preso davvero quota con la semifinale del 2019. La linea è quella di una gestione più lucida: scegliere dove e quando spingere, senza inseguire partite “di quantità” che potrebbero compromettere la qualità dei tornei più pesanti.

Un’estate riscritta: perché rinunciare a Gstaad e Kitzbühel è una scelta di strategia, non di resa
Per un giocatore come Matteo Berrettini, i tornei di Gstaad e Kitzbühel rappresentano, in teoria, occasioni perfette: ATP 250 in altura, condizioni spesso favorevoli a chi serve forte e cerca punti rapidi, tabelloni che possono offrire ritmo e fiducia. Eppure, proprio la logica del “giocare per ritrovarsi” è quella che l’azzurro sta evitando. Il motivo è semplice: quando c’è un dolore cronico all’anca, la priorità diventa interrompere il circolo vizioso allenamento-partita-recupero, perché il rischio non è soltanto perdere un torneo, ma dover poi rincorrere settimane intere.
La rinuncia ai due appuntamenti non è quindi una fuga dal campo, ma un modo per proteggere un percorso che negli Slam aveva mostrato segnali concreti. Berrettini ha ricostruito sensazioni positive tra Parigi e Londra: al Roland Garros era arrivato ai quarti, prima di doversi fermare in corso d’opera; a Wimbledon aveva dato l’impressione di poter reggere partite lunghe e ad alta intensità, passando anche attraverso vittorie significative e uscendo solo al quinto set contro un avversario di alto livello. In questo contesto, caricare altre ore di match su terra, con spostamenti, scivolate e rotazioni che stressano la zona dell’anca, avrebbe potuto trasformare un fastidio gestibile in un problema ingombrante.
La pianificazione verso il cemento, inoltre, risponde a una logica tecnica. Il tennis di Berrettini ha nel servizio e nel dritto le sue armi principali, e storicamente rende al massimo quando può imporre la prima palla e gestire lo scambio su traiettorie aggressive. Il cemento nordamericano, con condizioni spesso più rapide e rimbalzi più regolari rispetto alla terra estiva europea, tende a valorizzare quel tipo di tennis. Per questo, la vera “missione” dell’estate non è accumulare partite in qualunque contesto, ma arrivare in salute e con il pieno delle energie nella fase che può spostare il baricentro di tutta la stagione.
La scelta racconta anche un altro aspetto: una maturazione nella gestione del proprio calendario. Dopo mesi – e in alcuni periodi anni – in cui ogni stop sembrava un nuovo reset, oggi l’obiettivo è ridurre al minimo le interruzioni improvvise e sostituirle con pause programmate. Fermarsi ora significa provare a rientrare con un piano chiaro, evitando di presentarsi nei tornei importanti con un problema già “acceso” e con poche alternative. In sintesi: non è un passo indietro, ma una correzione di rotta per provare a trasformare la seconda parte dell’anno in un tratto continuo, senza strappi.

Il nodo dell’anca e la rotta verso lo US Open: cosa cambia adesso tra recupero, tornei chiave e aspettative
Il tema dell’anca, nel tennis moderno, è delicato perché coinvolge equilibrio, esplosività e capacità di cambiare direzione: tre elementi che, per un giocatore potente come Berrettini, sono fondamentali. Un dolore cronico non significa necessariamente un infortunio grave, ma indica che c’è un carico che il corpo sta faticando a tollerare nel lungo periodo. Per questo, la fase che si apre adesso non è soltanto “riposo” in senso generico: è una finestra in cui lavoro medico, prevenzione e gestione dell’allenamento diventano determinanti per stabilire quanto e come spingere nelle settimane successive.
Nel suo annuncio, Berrettini ha spiegato di essersi confrontato con il proprio team e con il medico, ricevendo una diagnosi di dolore cronico all’anca e la conseguente indicazione di rinunciare ai due 250 per essere pronto per lo swing nordamericano. È una comunicazione che, oltre a chiarire l’assenza dai tornei, indica un metodo: non una decisione emotiva dopo una sconfitta, ma una scelta presa con informazioni cliniche e con una prospettiva di medio periodo. L’azzurro ha anche salutato i tifosi con un messaggio che suona come un appuntamento: “ci vediamo sul cemento”. È una frase breve, ma significativa, perché delimita la linea: stop ora, ripartenza su una superficie che può essere più coerente con i suoi obiettivi e con il suo tennis.
Il calendario, a questo punto, si restringe e si concentra. Il grande punto interrogativo non è solo “quando torna”, ma “con quale condizione”. I Masters 1000 di Montreal e Cincinnati sono tornei ad altissima intensità, spesso con partite ravvicinate e avversari di livello già dai primi turni. Arrivarci senza avere ripreso pienamente il ritmo match è un rischio; arrivarci con l’anca ancora sensibile lo è ancora di più. Per questo, il recupero dovrà trovare un equilibrio tra due esigenze: proteggere la zona problematica e, al tempo stesso, costruire abbastanza tennis da non presentarsi allo US Open in modalità “ripartenza”.
Ed è proprio lo US Open il centro del progetto. Per Berrettini non è solo un torneo importante: è un luogo simbolico, quello in cui nel 2019 aveva mostrato al mondo di poter stare tra i grandi, spingendosi fino alla semifinale. Ritrovare una campagna significativa a New York significherebbe due cose insieme: punti pesanti e, soprattutto, una conferma psicologica che la sua carriera può tornare su binari più continui. Le aspettative, però, vanno gestite con realismo: l’ambizione di “arrivare pronto” non garantisce automaticamente risultati, perché il tennis di vertice è una somma di condizione fisica, fiducia e partite giocate al ritmo giusto. Ma la decisione di fermarsi adesso va letta come un tentativo concreto di aumentare le probabilità di essere competitivo quando il livello si alza davvero.
In conclusione, l’assenza dai 250 estivi non chiude la stagione europea: la ridisegna. Per Matteo Berrettini la sfida è trasformare lo stop in un passaggio attivo, non in una pausa subita. Se la gestione dell’anca sarà efficace, il cemento può diventare il terreno su cui rilanciare continuità e ambizioni; se invece il problema dovesse trascinarsi, la seconda parte dell’anno rischierebbe di diventare una nuova rincorsa. La scommessa è tutta qui: scegliere il momento giusto per fermarsi, per provare a ripartire davvero.