Il calcio italiano si avvicina a una data che può incidere ben oltre i palazzi: lunedì 22 giugno 2026 è in programma l’Assemblea Federale Elettiva che designerà il nuovo presidente della FIGC. La partita, inevitabilmente politica, arriva in un momento in cui il sistema cerca un baricentro: governance, rapporti tra le componenti, regole e priorità sportive ed economiche si intrecciano, mentre la Nazionale e i club affrontano una fase di transizione che richiede scelte rapide e una linea riconoscibile.
La competizione è ormai formalizzata: le candidature depositate sono due, quelle di Giancarlo Abete e Giovanni Malagò. In mezzo c’è un elettorato federale che non si muove per appartenenze “di bandiera”, ma per equilibri: il peso delle leghe, la centralità dei dilettanti, la forza contrattuale dei calciatori e degli allenatori, le esigenze delle società professionistiche. Il risultato non riguarda solo chi occuperà la poltrona più alta, ma quale agenda diventerà prioritaria in un quadriennio che si annuncia delicatissimo.

Perché l’elezione del 22 giugno conta più di un semplice cambio al vertice
La presidenza FIGC non è una carica simbolica: determina indirizzi, mediazioni e velocità decisionale. In una Federazione complessa come quella italiana, il presidente è il perno che tiene insieme interessi talvolta divergenti: Serie A e leghe minori, calcio di base e calcio d’élite, arbitri, tecnici e calciatori. In queste settimane il tema non è soltanto “chi vince”, ma “con quale mandato” e “con quale maggioranza”, perché la solidità politica condizionerà la possibilità di intervenire su dossier concreti: riforme dei campionati, sostenibilità economica, valorizzazione dei giovani, infrastrutture, rapporti con gli organismi internazionali e gestione delle crisi.
Il calendario è chiaro: l’Assemblea Elettiva è fissata per lunedì 22 giugno 2026 a Roma, con doppia convocazione in mattinata. La data diventa un punto di svolta perché arriva dopo settimane di discussione interna e in un contesto in cui il mondo federale sta cercando una rotta stabile. Inoltre, la dinamica elettiva della FIGC è particolare: non decide un singolo “blocco”, ma un mosaico di deleghe, e questo impone a chi corre di costruire ponti reali, non alleanze estemporanee.
Il meccanismo di voto, infatti, assegna pesi specifici alle diverse componenti. La Lega Nazionale Dilettanti ha una quota rilevante, così come atleti e Serie A; seguono Lega Pro, tecnici e Serie B. In pratica, la vittoria passa dalla capacità di mettere insieme consensi trasversali: chi si presenta come candidato “di una sola parte” rischia di restare corto. Ed è qui che la campagna elettorale, più che sugli slogan, si giocherà sui contenuti operativi: quali priorità, quali tempistiche, quali compromessi accettabili.
Un altro elemento cruciale è il contesto sportivo: l’Italia vive un periodo in cui ogni scelta federale viene letta anche come segnale “verso il campo”. La Nazionale, il percorso dei vivai, la credibilità del movimento, la qualità delle competizioni: sono tutte dimensioni che dipendono non solo da un commissario tecnico o da un club, ma anche da regole e investimenti che la FIGC può orientare. Ecco perché il 22 giugno non è un evento isolato, ma un passaggio che può incidere su come il calcio italiano si presenta dentro e fuori i confini nazionali.
@skysport Così 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐌𝐚𝐥𝐚𝐠𝐨̀, indicato dalla Lega Serie A come candidato alla poltrona Figc, all'uscita dall'𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐭𝐞𝐧𝐮𝐭𝐨𝐬𝐢 𝐢𝐧 𝐦𝐚𝐭𝐭𝐢𝐧𝐚 con le componenti tecniche del calcio, Assocalciatori e Assoallenatori. Nel pomeriggio le due componenti incontreranno anche l'altro potenziale candidato, 𝐆𝐢𝐚𝐧𝐜𝐚𝐫𝐥𝐨 𝐀𝐛𝐞𝐭𝐞 🗣️ #SkySport #Malago ♬ audio originale – Sky Sport
Le candidature di Abete e Malagò
La sfida è già definita nei nomi. Da una parte Giancarlo Abete, figura con un profilo profondamente federale, sostenuto in modo significativo dalla Lega Nazionale Dilettanti. Dall’altra Giovanni Malagò, candidatura che nasce con un appoggio dichiarato della Lega Serie A. La contrapposizione non è “dilettanti contro professionisti” in senso rigido, ma la lettura è inevitabile: ogni candidato porta con sé un asse di riferimento e una narrazione su quale debba essere la priorità del sistema.
Abete rappresenta un’idea di continuità istituzionale: conoscenza dei meccanismi federali, attenzione alle basi territoriali, capacità di muoversi dentro una macchina complessa. In un momento in cui molte società e componenti chiedono stabilità e prevedibilità, questo tipo di profilo può attrarre chi teme scossoni e vuole un approccio graduale: riformare sì, ma senza spaccare. Il punto, per un candidato con tale identità, è convincere anche chi chiede discontinuità: non basta “saper governare”, serve dimostrare di avere una visione che parli anche alla modernizzazione del prodotto calcio, ai ricavi e all’innovazione.
Malagò, al contrario, si porta dietro una percezione di spinta verso la centralità del vertice professionistico e verso una gestione che mira a rafforzare la competitività internazionale, l’attrattività commerciale e la capacità del sistema di sedersi ai tavoli più pesanti. La scommessa qui è doppia: da un lato costruire un consenso ampio oltre la Serie A, dall’altro rassicurare le componenti che temono di essere “schiacciate” dalle esigenze dei club più forti. In un’elezione dove i pesi sono distribuiti, la chiave sarà il dialogo con chi rappresenta il calcio che non fa titoli tutti i giorni ma tiene in piedi la piramide: dilettanti, settore giovanile, periferie sportive.
La sensazione è che il confronto vero si giocherà su tre domande: quale idea di riforma dei campionati, quale strategia per il calcio di base e quale governance per evitare che ogni crisi si trasformi in paralisi. Il presidente FIGC deve essere, per definizione, un mediatore. Ma in questa fase non basta mediare: bisogna anche prendere decisioni impopolari, scegliere priorità, allocare risorse e impostare una comunicazione che non alimenti fratture. Per questo, più che i posizionamenti, conterà la credibilità di un programma traducibile in atti concreti.
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Che cosa può cambiare davvero: agenda, riforme e impatto immediato su club e Nazionali
Le ricadute dell’elezione federale non si misurano in astratto. Il primo impatto riguarda i tempi: appena eletto, il presidente dovrà costruire una squadra e definire una linea operativa che tocchi temi già sul tavolo. La sensazione è che il calcio italiano non possa permettersi mesi di attesa: tra pianificazione della stagione, dialogo tra leghe e Federazione, e necessità di dare segnali coerenti all’esterno, il nuovo vertice dovrà “entrare in partita” immediatamente.
Un capitolo centrale è la riforma del sistema professionistico e la sostenibilità. Negli ultimi anni il tema economico è diventato strutturale: non riguarda solo i bilanci dei top club, ma la tenuta complessiva della filiera. La FIGC può intervenire su criteri, controlli, regole di ammissione e strumenti di riequilibrio, ma ogni mossa genera reazioni a catena: ciò che aiuta una categoria può irrigidire un’altra. Per questo la presidenza sarà chiamata a bilanciare rigore e flessibilità, evitando che la “cura” crei più danni della malattia.
Poi c’è il tema tecnico-sportivo: valorizzazione dei giovani, percorsi di crescita, connessione tra settore giovanile e calcio dei grandi. In Italia si discute spesso di talenti e di minutaggio, ma la leva federale è più ampia: può toccare norme, incentivi, formazione degli allenatori, tutela delle categorie e qualità dei campionati di sviluppo. Anche qui, l’elezione del 22 giugno sarà letta come un segnale: si punterà su una riforma strutturale o su aggiustamenti progressivi?
Infine, la questione Nazionali. In un momento in cui ogni convocazione e ogni scelta diventano materia di dibattito pubblico, la FIGC deve garantire un progetto riconoscibile: non solo la prima squadra, ma anche Under e filiera. La presidenza incide sul contesto in cui lavora lo staff tecnico: definisce priorità, risorse, obiettivi e spesso anche il clima. Un cambio al vertice può significare un cambio di metodo: più centralizzazione o più delega, più comunicazione o più riservatezza, più attenzione al breve periodo o più investimento sul medio-lungo.
Il 22 giugno, quindi, è una data che chiude una fase e ne apre un’altra. Il calcio italiano non aspetta: la stagione dei club corre, il mercato si muove, la pressione mediatica è costante. La FIGC che uscirà dalle urne federali dovrà essere capace di governare il presente senza ipotecare il futuro. Ed è proprio questo il punto: non vincere una votazione, ma trasformare un mandato in una direzione chiara, misurabile, e soprattutto condivisa abbastanza da non esplodere alla prima difficoltà.