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Berrettini si ferma dopo Wimbledon: dolore cronico all’anca e doppio forfait

Berrettini

Il momento più delicato, nel tennis, arriva spesso subito dopo i riflettori dei grandi palcoscenici. Per Matteo Berrettini è esattamente così: archiviata la parentesi sull’erba, l’azzurro ha annunciato lo stop e la rinuncia a due appuntamenti chiave della stagione estiva europea. Il motivo è un problema fisico che impone prudenza e gestione: una condizione descritta come dolore cronico all’anca, emersa dopo accertamenti medici e sufficiente a cambiare rotta ai piani di luglio.

La scelta è netta e riguarda due tornei consecutivi e diversi per contesto, ma ugualmente importanti per chi vuole macinare partite e fiducia: Gstaad e Kitzbühel. Niente rincorsa di punti sulla terra estiva, niente “ripartenza soft” dopo Wimbledon. Il quadro è quello di una programmazione che viene riscritta con un obiettivo chiaro: proteggere il corpo oggi per avere margine domani, soprattutto guardando alla fase che porta allo US Open e alla lunga serie sul cemento nordamericano.

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Una decisione di calendario che racconta il fisico più del ranking

La rinuncia a Gstaad e Kitzbühel non è soltanto una notizia di lista iscritti: è un segnale tecnico e fisico. Parliamo di due ATP 250 collocati in una finestra in cui molti giocatori scelgono di fare “volume” con match ravvicinati, sfruttando condizioni più prevedibili rispetto all’erba e un livello medio spesso meno asfissiante rispetto ai Masters 1000 o agli Slam. Per Berrettini, invece, il punto non è quanto sia conveniente giocare, ma quanto sia sostenibile farlo.

Il riferimento al dolore cronico all’anca sposta l’attenzione su un tema che nel tennis moderno è quasi una seconda classifica: la gestione del carico. L’anca è uno snodo centrale per tutto ciò che rende efficace il tennis di Berrettini: la spinta del servizio, l’apertura in accelerazione del dritto, le ripartenze dopo lo split step, le scivolate controllate sulla terra e, soprattutto, l’abilità di trasferire energia dal basso verso l’alto in modo continuo. Quando quell’area non è “libera”, cambiano i tempi di preparazione del colpo, la fiducia negli appoggi e perfino la qualità delle scelte tattiche: si gioca più per sopravvivere che per imporre la propria identità.

La decisione arriva anche in un momento in cui l’estate non concede tregua: passare dall’erba alla terra, e poi di nuovo verso il cemento, richiede adattamenti rapidi. Su erba le sollecitazioni sono diverse, ma l’uscita di servizio e i cambi di direzione restano violentissimi; sulla terra aumenta la durata degli scambi, cresce il numero di frenate e ripartenze, e l’anca è costantemente chiamata a stabilizzare. Se il dolore è già presente, forzare due settimane consecutive significa rischiare di trasformare un problema gestibile in un ostacolo più lungo, con ricadute sulla parte più importante dell’anno.

In questa chiave si spiega anche l’orizzonte dichiarato: il focus è “riposo ora, per essere pronti dopo”. Non è una resa, è un investimento. Nel tennis, soprattutto per chi ha costruito risultati e reputazione su potenza e prime accelerazioni, la condizione atletica è la vera leva per tornare competitivo: senza gambe e senza stabilità, il servizio perde punti gratis e il dritto non fa più paura. E quando succede, non basta la qualità tecnica a compensare.

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Cosa cambia per Berrettini

Lo stop di luglio apre un bivio chiaro: o una ripartenza troppo presto, con il rischio di trascinarsi il problema, oppure un rientro più ragionato, con l’obiettivo di arrivare integro alla fase sul cemento. Berrettini ha scelto la seconda strada. E questa scelta, letta con occhio da circuito, indica che la priorità non è “esserci” a ogni costo, ma tornare a giocare con un livello di prestazione che abbia senso.

Il punto non è soltanto recuperare dall’infiammazione o dal dolore: è ricostruire un equilibrio tra allenamento e competizione. Un’anca che dà segnali richiede lavoro specifico su mobilità, stabilità e forza, oltre alla gestione delle catene muscolari collegate (glutei, adduttori, core). Sono dettagli che, nel tennis professionistico, fanno la differenza tra “posso stare in campo” e “posso spingere davvero”. Per un giocatore come Berrettini la spinta è identità: se non può caricare la gamba e trasferire potenza, perde la sua arma principale e finisce in un terreno più favorevole agli avversari, che possono allungare gli scambi e farlo giocare in difesa.

La rinuncia a due tornei su terra modifica anche l’avvicinamento ai prossimi mesi: meno match nelle gambe, ma più tempo per lavorare. È un equilibrio delicato, perché il ritmo partita non si simula in allenamento. Tuttavia, l’alternativa sarebbe presentarsi in torneo con una condizione limitata, costretto a ridurre intensità negli spostamenti e a giocare con una quota costante di “protezione” del colpo. Nel tennis di oggi, questa è spesso la premessa per infortuni a catena: quando una zona non lavora bene, il corpo compensa e si sovraccaricano altre aree.

In prospettiva, l’obiettivo dichiarato diventa la parte di stagione in cui il servizio può tornare dominante: il cemento. È lì che Berrettini può massimizzare i punti rapidi, accorciare gli scambi, sfruttare la prima e la combinazione servizio-dritto. Ma per farlo serve una base fisica solida, perché il cemento non perdona: gli impatti sono più secchi, e quando la condizione non è ottimale la fatica si accumula rapidamente, soprattutto nelle settimane consecutive.

La notizia, dunque, non va letta come un semplice forfait, ma come una scelta di gestione di carriera: mettere un freno adesso per evitare un’estate passata a inseguire il corpo. In un circuito in cui la continuità vale quanto il picco, la differenza tra un ritorno vero e un ritorno a metà passa proprio da decisioni come questa. E per Berrettini la posta è chiara: rientrare non solo per giocare, ma per tornare ad essere pericoloso.

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