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Roland Garros, scoppia il caso premi: i top player chiedono un nuovo patto economico e mettono pressione agli Slam

Roland Garros

Alla vigilia della fase più intensa della stagione sulla terra battuta, il tennis mondiale si ritrova davanti a una frattura che va oltre il campo: un gruppo di giocatori e giocatrici di primissimo piano ha contestato pubblicamente la distribuzione dei premi al Roland Garros, sostenendo che la quota destinata agli atleti non starebbe tenendo il passo con la crescita del business del torneo. Il tema è delicato e strutturale: non riguarda un singolo “bonus” o una limatura di dettaglio, ma l’idea stessa di come gli Slam ripartiscono i ricavi e di quanto i protagonisti dello spettacolo debbano essere partecipi della torta complessiva.

La presa di posizione arriva in un momento strategico. Da un lato, l’Open di Francia annuncia un aumento del montepremi; dall’altro, i giocatori ribattono che il punto non è solo “quanto” cresce la cifra assoluta, ma “quanto” rappresenta rispetto ai ricavi complessivi. E così, mentre Roma accende le ultime prove generali verso Parigi, la discussione si sposta su governance, trasparenza, sostenibilità delle carriere e su un equilibrio economico che molti atleti giudicano ormai superato.

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Una richiesta che va oltre l’aumento: il nodo della percentuale sui ricavi

Il cuore del confronto sta nella differenza tra incremento nominale e quota relativa. Il Roland Garros ha comunicato un aumento del montepremi per l’edizione 2026, un segnale che di per sé appare positivo perché immette più risorse nel sistema e conferma la capacità del torneo di generare valore. Ma il fronte dei top player ha spostato la lente su un altro indicatore: la percentuale dei premi rispetto ai ricavi totali dell’evento. Secondo la loro lettura, se il torneo cresce in fatturato più rapidamente di quanto aumentino i premi, la “fetta” destinata agli atleti si assottiglia, anche se i numeri assoluti salgono.

In questa chiave, la critica non è un semplice braccio di ferro sul “quanto” incassano i vincitori, ma una discussione su come viene remunerata l’intera filiera sportiva: chi esce al primo turno, chi gioca le qualificazioni, chi investe in team, viaggi, fisioterapia e programmazione. Ed è proprio qui che il discorso diventa sistemico: nel tennis non esiste un “salario” garantito come in altri sport di squadra e la sostenibilità della carriera dipende in modo diretto dai premi e dalla capacità di programmare una stagione senza trasformarla in una corsa a ostacoli economica.

La sensazione è che i giocatori vogliano trasformare l’argomento in una trattativa di lungo periodo, non in una polemica di passaggio. Una parte della pressione comunicativa deriva dal fatto che gli Slam rappresentano i tornei con la maggiore potenza commerciale e simbolica: mettere in discussione la ripartizione proprio lì significa colpire il centro del modello. E significa anche portare l’attenzione su un tema che spesso resta sullo sfondo quando si parla di tennis: l’enorme divario tra la fascia élite, che vive di sponsor e grandi premi, e la parte vasta del circuito che fatica a rientrare delle spese.

In questo contesto, compaiono nomi che pesano: tra gli atleti citati come parte del gruppo che ha espresso insoddisfazione ci sono Jannik Sinner, Novak Djokovic, Aryna Sabalenka e Coco Gauff. Quando a esporsi non sono soltanto specialisti o giocatori di seconda fascia, ma figure che muovono audience, biglietteria e diritti televisivi, il messaggio cambia forza: non è un malcontento marginale, è un segnale politico dentro lo sport.

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Perché la tensione esplode adesso

La tempistica non è casuale. In questi giorni il circuito entra nel suo “ultimo miglio” prima dell’appuntamento più iconico sulla terra: Roma e poi Parigi. È una fase in cui gli equilibri tecnici e fisici diventano fragili, ma è anche il momento in cui l’attenzione mediatica è massima e qualsiasi presa di posizione può diventare un moltiplicatore di consenso o di scontro. Portare il caso premi nel pieno della primavera europea significa, di fatto, chiedere agli Slam di rispondere mentre i riflettori sono già puntati sul tennis.

Non va letto soltanto come un tentativo di forzare la mano, ma come un modo per rimettere ordine in un’agenda che i giocatori percepiscono affollata: calendario fitto, infortuni, esigenze di recupero e costi crescenti. Nel tennis moderno, soprattutto ai livelli alti, le carriere si giocano su dettagli: gestione delle settimane, scelta dei tornei, costruzione del team. Un sistema premi considerato non allineato ai ricavi rischia di essere interpretato come un freno, perché spinge molti a giocare di più per guadagnare abbastanza, aumentando stress e rischio fisico.

Il punto, per gli atleti, è un principio di “coerenza economica”: se i tornei comunicano prosperità, strutture sempre più avanzate e ricavi importanti, allora il contributo diretto a chi produce lo spettacolo deve riflettere quella crescita. E non è solo una questione di singolaristi: la filiera comprende doppi, qualificazioni, primi turni, settori che spesso vivono un rapporto più duro con i costi. Un aumento del premio al vincitore fa notizia, ma non necessariamente risolve il tema della base, che è quella che rende vivo il circuito settimana dopo settimana.

In più c’è l’aspetto reputazionale. Gli Slam sono eventi “di sistema”: si presentano come il vertice della tradizione e dell’eccellenza. Essere accusati di non mantenere una quota congrua verso gli atleti rischia di aprire un fronte di immagine, soprattutto in un’epoca in cui trasparenza e sostenibilità sono parole chiave anche fuori dallo sport. Ed è per questo che la discussione può diventare lunga e delicata: non riguarda soltanto una tabella premi, ma il racconto pubblico di un’intera industria.

sinner dopo il Roland Garros
LONDON, ENGLAND – JULY 13: Jannick Sinner (ITA) [1] with the winner’s trophy after winning his Gentlemen’s Singles Final match against Carlos Alcaraz (ESP) [2] during day fourteen of The Championships Wimbledon 2025 at All England Lawn Tennis and Croquet Club on July 13, 2025 in London, England. (Photo by Rob Newell – CameraSport via Getty Images)

Che cosa può cambiare davvero

La domanda che tutti si pongono è semplice: questa protesta può cambiare qualcosa in modo concreto? In termini immediati, è difficile aspettarsi una rivoluzione a pochi giorni dall’avvio del torneo: i budget sono impostati, i contratti già firmati, le strutture decisionali degli Slam sono complesse e spesso autonome rispetto ai circuiti. Tuttavia, il valore dell’iniziativa potrebbe stare altrove: nel creare un precedente e nel rendere “misurabile” il tema della percentuale sui ricavi, trasformandolo in un parametro da discutere di anno in anno.

Se la richiesta di una quota più alta diventasse una piattaforma condivisa, gli Slam potrebbero trovarsi davanti a tre strade. La prima è la più lineare: aumentare progressivamente la percentuale destinata ai giocatori, distribuendo l’incremento in modo più marcato sui turni iniziali e sulle qualificazioni, dove l’impatto sulla sostenibilità delle carriere è più forte. La seconda è una risposta più “politica”: concedere aumenti ma mantenere l’impianto, puntando su comunicazione e su investimenti collaterali (servizi, accoglienza, infrastrutture) per sostenere che il valore per gli atleti non è solo il premio in denaro. La terza, la più rischiosa, è irrigidirsi: sostenere che l’aumento dei premi già c’è e che la governance dello Slam non è negoziabile.

Il confine tra protesta e riforma passa dalla compattezza del gruppo. Se tra i firmatari o i sostenitori ci sono campioni e campionesse in grado di orientare l’opinione pubblica, allora la pressione resta alta anche senza minacce drastiche. Ma se il fronte si frammenta, l’onda può diventare un titolo di pochi giorni. La presenza di nomi come Jannik Sinner e Novak Djokovic indica però che la questione non è percepita come marginale. E la componente femminile, con figure come Aryna Sabalenka e Coco Gauff, rafforza il peso del messaggio: non è una rivendicazione “di categoria” limitata a un tour, ma un tema trasversale.

Un altro impatto possibile riguarda la narrazione della stagione. Il tennis arriva al Roland Garros con una trama sportiva forte, ma questo tema economico rischia di diventare la “seconda finale” fuori dal campo. Ogni conferenza stampa può trasformarsi in un passaggio di questa trattativa pubblica, con gli atleti chiamati a spiegare cosa vogliono e con gli organizzatori chiamati a difendere il modello. Per un sito come Sport.it la chiave sarà raccontare la vicenda senza ridurla a slogan: perché dietro ai numeri c’è il modo in cui si regge un circuito globale, con costi reali e carriere che non durano per sempre.

In definitiva, la linea di fondo è chiara: il tennis sta discutendo di valore e di potere contrattuale. E lo sta facendo nel luogo più simbolico possibile, lo Slam di Parigi. Non è detto che la partita si chiuda in questa edizione, ma l’impressione è che sia appena iniziata una fase nuova: quella in cui i campioni non parlano solo di rovesci e percentuali al servizio, ma anche di percentuali sui ricavi. E quando succede, significa che il sistema è arrivato a un punto in cui serve un riequilibrio, o quantomeno un confronto vero.