La corsa di Alexander Zverev allo US Open 2026 entra nella fase in cui non conta più solo come vinci, ma cosa comunichi. A New York il tedesco conquista la semifinale superando Botic van de Zandschulp in tre set (6-2, 7-5, 6-1) e lo fa con un copione che dice molto: qualche passaggio a vuoto, una gestione lucida dei momenti chiave e, soprattutto, la sensazione di avere il controllo del match anche quando il livello non è scintillante. È una vittoria pesante non solo per il punteggio, ma per il modo in cui sposta l’inerzia psicologica del torneo: quando la seconda settimana diventa un confronto di nervi e di margini, Zverev manda il segnale più semplice e più brutale possibile, quello della continuità.
Una vittoria “da favoriti”: solidità, gestione e un terzo set senza appello
Il successo di Zverev contro van de Zandschulp non è stato un assolo perfetto, ma è stato esattamente il tipo di partita che spesso separa chi punta al titolo da chi resta un outsider: un quarto di finale in cui non serve dominare ogni scambio per dominare la partita. Il 6-2 iniziale racconta di un avvio autoritario, con il tedesco bravo a togliere tempo all’olandese, a comandare con la prima di servizio e a prendere la rete quando la geometria dello scambio lo invitava. La prima differenza si è vista lì: poche concessioni gratuite, e un ritmo imposto subito, come a voler chiarire che la serata non sarebbe stata negoziabile.
Il secondo set, invece, è stato il tratto più rivelatore. Non tanto perché Zverev abbia rischiato seriamente di perdere la frazione, quanto perché il match si è spostato su un terreno più “sporco”: giochi più lunghi, qualche esitazione, la necessità di trovare soluzioni anche quando il timing non era perfetto. È qui che la partita diventa un test da Slam. van de Zandschulp ha provato a entrare nello spazio psicologico dell’avversario, cercando di alzare la pressione con scelte più aggressive e con l’idea di allungare gli scambi sul lato dove poteva guadagnare campo. Ma la risposta di Zverev è stata da giocatore che ha imparato a non farsi trascinare nel caos: ha assorbito, ha aspettato l’apertura giusta e ha chiuso il set 7-5, cioè nel punto in cui l’inerzia può girare senza preavviso.
Il terzo set (6-1) è stato un taglio netto. Quando un quarto di finale si decide così, con una frazione finale quasi a senso unico, non è solo un tema fisico: è un tema di messaggio. Zverev ha “spento” la partita, ha ridotto le finestre di rientro dell’avversario e ha trasformato l’ultima parte in una pratica di controllo. In termini di torneo, significa arrivare in semifinale con benzina mentale, con l’idea di aver evitato complicazioni inutili e con una convinzione che spesso vale quanto un colpo in più. La sensazione, alla fine, è stata quella di un giocatore che può vincere anche nelle giornate in cui non deve per forza incantare.
Il tabellone si stringe: cosa cambia per la semifinale e quali segnali arrivano dall’altro quarto
Con Zverev in semifinale, lo US Open 2026 entra nella zona in cui le narrazioni diventano strategie. Ogni partita è un confronto di dettagli: percentuali al servizio, gestione dei game “lenti”, capacità di rimanere lucidi quando il pubblico spinge e quando l’aria di New York cambia peso. In questa cornice, il tedesco non porta solo un tennis di potenza, ma una forma di sicurezza che, a questo punto del torneo, pesa quanto la velocità di palla. La sua vittoria in tre set gli consente di arrivare al penultimo atto con un dispendio relativamente contenuto, e questo aspetto diventa cruciale quando si passa da un match ogni due giorni a partite che, per intensità, valgono quasi doppio.
La fotografia dell’altra parte del percorso si completa con un’altra notizia che definisce la seconda settimana: Karen Khachanov raggiunge la semifinale dopo il ritiro di Alexander Blockx nel terzo set di un quarto di finale in cui il russo aveva vinto i primi due parziali (6-2, 7-5) ed era avanti anche nella terza frazione quando il belga è stato costretto a fermarsi. L’uscita di scena di Blockx, al di là della delusione sportiva, cambia inevitabilmente il peso del risultato: Khachanov avanza con meno minuti sulle gambe, ma anche con l’incognita di un match interrotto che non offre lo stesso tipo di “risposta” competitiva di una battaglia fino all’ultimo scambio. In ogni caso, resta un dato: è in semifinale e, nel tennis dei grandi tornei, la storia non si riscrive con i “se”.
In prospettiva, la semifinale che attende Zverev (con l’incrocio definito dal tabellone che si sta chiudendo) sarà soprattutto un test di pressione. La gestione dei momenti caldi, già vista nel 7-5 del secondo set contro van de Zandschulp, diventa la moneta principale. In un contesto come lo US Open, dove le condizioni serali possono rendere la palla più “pesante” e gli scambi più fisici, chi riesce a restare aggressivo senza perdere disciplina tattica parte spesso con un vantaggio invisibile ma decisivo.
Ed è proprio qui che la vittoria di Zverev acquisisce una lettura ulteriore: non è stato un match da highlights continui, è stato un match di “struttura”. Ha mostrato che il tedesco sa attraversare i passaggi interlocutori senza concedere metri, sa aumentare la pressione quando serve e, soprattutto, sa chiudere. In semifinale, contro avversari che non regalano più nulla, questa capacità di trasformare un equilibrio in uno strappo può valere un’intera partita.