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Tokyo, Bolelli e Vavassori si fermano in semifinale: sfuma la finale e lo swing asiatico resta senza un titolo azzurro

Bolelli

Si chiude sul più bello la corsa di Simone Bolelli e Andrea Vavassori nel doppio all’ATP 500 di Tokyo. La coppia italiana, protagonista di una stagione di alto livello e arrivata con ambizioni concrete in Giappone, è stata eliminata in semifinale da Austin Krajicek e Nikola Mektić con il punteggio di 7-5, 7-6. Una sconfitta che fa male perché maturata nei dettagli, in una partita giocata punto a punto e decisa nei momenti in cui esperienza e freddezza contano più di tutto. Per gli azzurri resta la prestazione, resta un altro passaggio importante in un torneo di categoria pesante, ma soprattutto resta la sensazione di un’occasione reale sfuggita di mano: a Tokyo, in doppio, arrivare in finale significa anche mettere un segnale forte sul tavolo in vista delle ultime settimane di stagione.

Vavassori

Una semifinale sul filo: set equilibrati, pochi margini e tanta tensione

Il match racconta un copione classico del doppio moderno: servizi dominanti, scambi rapidi, percentuali che oscillano e che diventano decisive appena si apre uno spiraglio. Nel primo set Bolelli e Vavassori hanno tenuto il campo con ordine, cercando di costruire punti brevi ma non banali: non solo prime di servizio e chiusure a rete, ma anche variazioni sulle risposte e letture in anticipo sulle traiettorie. Dall’altra parte, però, Krajicek e Mektić hanno imposto un livello altissimo di solidità: pochi errori gratuiti, copertura della rete aggressiva e la capacità di trasformare qualsiasi risposta in un immediato cambio di inerzia.

Il 7-5 del primo parziale suggerisce quanto poco sia bastato per spostare l’ago della bilancia. Nel doppio, spesso, un solo turno di battuta un po’ meno incisivo o una risposta un filo più profonda diventa l’episodio che decide tutto. Gli italiani hanno retto a lungo e, come spesso accade quando il set non si sblocca, la fase finale è diventata una prova di nervi: il timing sulle volée, la scelta tra rischio e gestione, la lucidità nel chiamare uno schema concordato. In quei frangenti gli avversari sono riusciti a produrre il break (o, più in generale, l’allungo decisivo) nel momento in cui serviva, capitalizzando un passaggio a vuoto minimo ma fatale.

Nel secondo set la trama è rimasta simile, con l’aggiunta della pressione psicologica tipica di chi deve inseguire senza poter sbagliare. Bolelli e Vavassori hanno provato a restare agganciati con pazienza, cercando di alzare la qualità della risposta e di sporcare il più possibile i turni di servizio avversari. Ma Tokyo è un torneo che premia chi comanda: i campi rapidi riducono le finestre di manovra e trasformano il tie-break in un passaggio quasi naturale quando entrambe le coppie servono bene. Ed è proprio al tie-break che la semifinale si è decisa, con gli italiani costretti a rincorrere e con Krajicek e Mektić capaci di mettere i punti “pesanti” al momento giusto: una risposta più incisiva, una prima più coraggiosa, una chiusura a rete senza esitazioni. Il 7-6 finale certifica che non è mancato molto, ma nel tennis che conta “non molto” spesso è tutto.

Coppa Davis Italia-Belgio 2-1 bolelli vavassori

Cosa lascia Tokyo agli azzurri: segnali tecnici, gestione dei momenti chiave e prospettive di fine stagione

Uscire in semifinale in un ATP 500 non è un fallimento, ma per Bolelli e Vavassori il punto è un altro: la sensazione di avere avuto in mano una strada credibile verso un risultato ancora più grande. Nel doppio di alto livello, infatti, la differenza tra un buon torneo e un torneo che cambia la stagione sta quasi sempre in due aspetti: la capacità di convertire le rare occasioni in risposta e la gestione dei punti “a scelta”, quelli in cui la coppia decide se andare a tutta o se giocare una soluzione più prudente. Contro una coppia esperta come Krajicek e Mektić, ogni esitazione viene immediatamente punita, perché gli avversari leggono i movimenti e anticipano la giocata successiva.

Dal punto di vista tecnico, gli italiani hanno confermato ciò che li rende competitivi: affiatamento, copertura della rete, un bagaglio di schemi consolidato e la capacità di cambiare ritmo con tocchi e direzioni. A Tokyo, però, si è visto anche quanto il livello sia ormai altissimo tra le coppie che gravitano stabilmente nelle fasi finali. I dettagli diventano spietati: la qualità della seconda palla, la posizione in risposta, la scelta del “poach” (l’intercetto a rete) nei momenti di massima pressione. In partite così, spesso, non perdi perché giochi male: perdi perché l’altro gioca una manciata di punti leggermente meglio di te.

Per Bolelli e Vavassori l’eliminazione significa anche ripensare l’ultima parte dello swing asiatico e, più in generale, della stagione. Un ATP 500 porta punti pesanti e soprattutto test affidabili: se arrivi in semifinale, significa che il livello per competere con chiunque c’è. Ma se vuoi trasformare le semifinali in finali e le finali in titoli, serve un ulteriore scatto nei passaggi chiave. Non si tratta di rivoluzionare il gioco: si tratta di alzare l’efficacia delle scelte nei due o tre momenti che definiscono un match. Una risposta più coraggiosa sul 5-5, una traiettoria più profonda sul punto decisivo, una lettura più rapida su una seconda avversaria. Sono micro-differenze, ma a questo livello determinano il risultato.

Resta anche un aspetto mentale: l’abitudine a giocare partite che “pesano”, con un posto in finale in palio, rende più semplice gestire la tensione nelle prossime occasioni. Tokyo può diventare un passaggio utile se gli azzurri sapranno portarsi dietro le cose buone e trasformare la frustrazione in lucidità operativa: allenare la risposta nei momenti caldi, automatizzare due schemi di uscita rapida dalla pressione, migliorare la comunicazione non solo nei cambi campo ma anche durante i punti più delicati.

In sintesi, la semifinale di Tokyo chiude la porta alla finale ma non chiude il discorso: Bolelli e Vavassori restano una coppia credibile e pericolosa, capace di stare nel gruppo di testa quando il livello sale. Questa volta il margine è stato minimo e il verdetto è arrivato su pochi punti, ma il messaggio è chiaro: gli italiani sono lì, e la distanza dai trofei in tornei di questa fascia passa ormai da un’attenzione maniacale ai dettagli, più che da un salto di qualità “strutturale”.

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