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Warriors in emergenza e Pelicans a caccia di stabilità: la sfida che misura identità, rotazioni e tenuta mentale

Warriors

La notte NBA del 24 febbraio 2026 porta in primo piano un incrocio che, più del semplice risultato, racconta lo stato di salute (fisico e tecnico) di due squadre in momenti diversi ma ugualmente delicati. Da una parte i Golden State Warriors, costretti a reinventarsi quasi quotidianamente tra assenze pesanti e gestione delle energie; dall’altra i New Orleans Pelicans, squadra capace di accendersi offensivamente ma ancora troppo vulnerabile quando il ritmo sale e le letture difensive diventano complesse. È una partita che può diventare uno specchio: per Golden State, la capacità di restare competitiva anche con rotazioni ridotte; per New Orleans, l’urgenza di trasformare talento e atletismo in una prestazione “solida”, non episodica.

Draymond Green

Gli infortuni cambiano la partita prima della palla a due

Il tema dominante è la disponibilità degli uomini chiave e l’effetto domino che le assenze producono sul piano partita. Per i Warriors la situazione è particolarmente delicata: Kristaps Porzingis è indisponibile per una sindrome influenzale e non è nemmeno partito con la squadra, scenario che rende probabile un’assenza non limitata alla sola gara con New Orleans. La sua mancanza pesa perché il suo profilo, anche al netto di una stagione vissuta tra gestione e acciacchi, offre due cose rare insieme: un punto di riferimento verticale in area e una minaccia perimetrale che allarga le difese. Senza di lui, Golden State perde un’opzione di “sicurezza” nei possessi in cui l’attacco si sporca e serve un tiro costruito da un semplice vantaggio di spaziature.

Non è tutto. Draymond Green è indicato come in dubbio per fastidio alla schiena: un dettaglio che, per struttura e leadership, vale molto più di un nome sul tabellino. Con Green in campo, i Warriors possono cambiare difensivamente, comunicare meglio sui blocchi lontano dalla palla e gestire i momenti di caos con quella combinazione di letture e presenza emotiva che spesso salva due o tre possessi decisivi. Senza di lui, la difesa perde il suo “direttore d’orchestra”, e ogni errore di posizionamento diventa un corridoio per penetrazioni e scarichi.

A complicare ulteriormente il quadro ci sono altre situazioni di gestione e acciacchi: Al Horford e De’Anthony Melton

New Orleans, al contrario, arriva con un problema diverso: non tanto la quantità di assenze, quanto la capacità di restare coerente per quaranta minuti. Quando i Pelicans difendono con disciplina e proteggono il ferro senza concedere seconde opportunità, possono correre e trasformare la partita in un confronto atletico. Ma se concedono penetrazioni centrali o collassano in ritardo, la loro difesa si “sfilaccia” e gli avversari trovano ritmo dall’arco. Contro una squadra che vive di letture e spaziature come Golden State, anche in formazione rimaneggiata, i dettagli contano: un closeout corto, un aiuto tardivo, una rotazione mancata possono creare una catena di tiri puliti.

Curry

Che partita aspettarsi: ritmo, spazi e responsabilità distribuite

Il match-up è interessante perché mette a confronto due identità che, in teoria, dovrebbero spingere verso una gara a punteggio alto, ma con variabili capaci di frenare il ritmo. New Orleans tende ad alzare i possessi quando sente di poter correre e quando riesce a trasformare la difesa in attacco: rubate, rimbalzi lunghi, transizione primaria. Golden State, specie con rotazioni corte, potrebbe invece preferire un approccio più “chirurgico”, cercando di controllare i tempi per non esporre i giocatori chiave a un finale in apnea. Tuttavia, c’è un paradosso tipico delle squadre in emergenza: quando la struttura offensiva perde alternative, spesso aumenta la dipendenza dal tiro da tre e dalle soluzioni rapide, che a loro volta possono accelerare il ritmo complessivo (tiri veloci = rimbalzi lunghi = contropiede).

Per i Warriors il punto centrale diventa la distribuzione delle responsabilità. Senza alcune stelle, ogni possesso pesa di più su chi resta: la creazione dal palleggio deve essere condivisa, i tagli senza palla devono essere puntuali, e soprattutto la qualità dei tiri deve restare alta. Quando Golden State gira bene la palla, anche con interpreti diversi, riesce a “muovere” la difesa e a creare vantaggi con piccoli dettagli: un blocco portato un secondo prima, un handoff eseguito con angolo corretto, un taglio backdoor quando l’aiuto arriva troppo aggressivo. Ma perché questo funzioni servono energia e precisione, due risorse che un roster corto fatica a garantire per tutta la gara.

New Orleans, invece, deve scegliere che tipo di squadra vuole essere in questa partita. Se l’obiettivo è sfruttare la maggiore freschezza e la profondità, allora serve insistere dentro l’area: attaccare il ferro, cercare falli, mettere pressione ai lunghi avversari e obbligare Golden State a ruotare con uomini fuori ruolo. Ma questo piano richiede pazienza: non basta un primo vantaggio, bisogna convertirlo in un secondo e un terzo, fino a generare un tiro davvero buono. Se i Pelicans si accontentano di soluzioni rapide e contestate, rischiano di alimentare esattamente ciò che temono: la transizione dei Warriors e le fiammate dall’arco.

In difesa, per New Orleans la chiave è non regalare ritmo a Golden State. Significa due cose molto concrete: prima, evitare di collassare in modo “automatico” su ogni penetrazione, perché i Warriors vivono di scarichi e extra-pass; seconda, comunicare sui blocchi lontano dalla palla, perché Golden State costruisce tanti tiri puliti non con l’isolamento, ma con la continuità dei movimenti. Se i Pelicans riescono a restare compatti, obbligando gli avversari a giocare uno contro uno e a prendersi tiri più difficili, allora possono trasformare la partita in una questione di energia e rimbalzi. Se invece concedono quei due o tre canestri consecutivi su triple “in ritmo”, la gara può diventare emotiva, e in quel terreno Golden State — anche con assenze — ha storicamente un vantaggio: sa stare dentro i parziali, sa reagire, sa usare il possesso successivo per spezzare l’inerzia.

Infine, c’è l’aspetto mentale, spesso sottovalutato. I Warriors arrivano con l’idea di dover sopravvivere e competere: questo può compattare il gruppo, semplificare le scelte e rendere ogni canestro “più pesante”. I Pelicans, invece, giocano con la pressione opposta: sono chiamati a trasformare la superiorità atletica e la maggiore disponibilità di uomini in controllo della partita. Se non riescono a imporre subito il loro piano, può emergere frustrazione, e con essa qualche scelta affrettata. È qui che si decide spesso una partita così: non nel talento assoluto, ma nella capacità di accettare l’imperfezione e continuare a fare la cosa giusta per più possessi consecutivi.

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