x

x

Vai al contenuto

Pirlo fuori dai giochi per la panchina dell’Italia: FIGC al bivio e rischio scossone ai vertici tecnici

Pirlo

La corsa alla nuova guida della Nazionale italiana entra in una fase delicata e potenzialmente destabilizzante: Andrea Pirlo non dovrebbe essere il prossimo commissario tecnico. La conseguenza non sarebbe soltanto un cambio di rotta nella scelta dell’allenatore, ma un possibile effetto domino all’interno della struttura tecnica federale, con un clima che si fa sempre più teso a ridosso di un appuntamento istituzionale chiave. In queste ore, infatti, prende corpo l’ipotesi che Paolo Maldini e Leonardo possano anche valutare l’uscita dal progetto federale, se l’indirizzo sul ct dovesse risultare incompatibile con la visione di lavoro impostata nelle ultime settimane.

Il punto centrale è che non si tratta più solo di “scegliere un nome”, ma di definire una linea: modello di gestione, peso dei ruoli decisionali, e soprattutto coerenza tra la promessa di un nuovo ciclo e le scelte operative. La giornata di domenica 26 luglio 2026 viene indicata come lo snodo in cui la situazione avrebbe preso una direzione precisa, aprendo ora uno scenario di possibile rottura proprio alla vigilia del Consiglio federale di martedì 28 luglio 2026. In un momento in cui la Nazionale dovrebbe cercare stabilità, il rischio è l’opposto: ritrovarsi con un ct ancora da nominare e con una catena di comando tecnica in bilico.

Che cosa significa l’uscita di Pirlo dalla corsa

L’esclusione di Andrea Pirlo dalla short list finale – o comunque la concreta frenata che porta a considerare sfumato il suo arrivo – pesa per almeno tre motivi. Il primo è simbolico: Pirlo rappresentava un’idea di Nazionale che provava a rimettere al centro identità, proposta di gioco e immagine internazionale, sfruttando un profilo riconoscibile e capace di “parlare” ai calciatori di vertice senza filtri. Non è una questione di nostalgia o di curriculum da giocatore: nella percezione pubblica, la sua candidatura funzionava come segnale di discontinuità e, soprattutto, come scelta “di progetto”.

Il secondo motivo è organizzativo. Se l’allenatore viene individuato da una coppia di figure tecniche chiamate a disegnare una strategia più ampia, il nome del ct non è un tassello isolato: è l’elemento attorno a cui si costruiscono staff, modalità di lavoro, criteri di selezione, dialogo con i club e gestione delle emergenze. In questa logica, la rinuncia a Pirlo non è un semplice “cambio di candidato”, ma un test sul peso reale di chi sta guidando l’area tecnica. Se la scelta del ct non passa attraverso quella impostazione, si mette in discussione l’intero impianto decisionale.

Il terzo motivo riguarda i tempi. Arrivare a fine luglio senza una nomina chiara, con il Consiglio federale del 28 luglio 2026 alle porte, significa entrare in una settimana in cui ogni ora conta: non solo per l’annuncio, ma per la gestione di un avvio di ciclo che, per definizione, richiede pianificazione immediata. Un commissario tecnico deve poter iniziare a lavorare su convocazioni, contatti con i club, monitoraggio dei giocatori e impostazione delle prime linee guida. Più si allungano i passaggi decisionali, più cresce il rischio che l’avvio sia “di rincorsa”.

In questo quadro, la notizia più pesante non è soltanto che Pirlo non arriverà, ma che la sua mancata scelta viene letta come un segnale: il progetto tecnico potrebbe non avere autonomia piena. E quando un’area tecnica percepisce di non poter incidere sulle decisioni fondamentali, la permanenza diventa una questione di coerenza professionale prima ancora che di incarico.

paolo maldini

Maldini e Leonardo in bilico: perché un’eventuale uscita sarebbe un terremoto di metodo, non solo di nomi

L’ipotesi che Paolo Maldini e Leonardo possano decidere di fare un passo indietro non va letta come una reazione emotiva o come una semplice forma di pressione. È, piuttosto, l’indicatore che la partita vera si gioca sul metodo: chi sceglie, con quali criteri e con quale responsabilità. Se due figure chiamate a indirizzare la parte tecnica non riescono a portare avanti la scelta dell’allenatore ritenuta centrale per quel disegno, la loro permanenza rischia di diventare puramente formale, e quindi fragile.

Un’uscita di questo tipo avrebbe almeno quattro effetti immediati. Primo: un problema di continuità. Qualunque nuovo ct, chiunque esso sia, si troverebbe a iniziare in un contesto in cui mancano – o sono in transizione – le figure che avrebbero dovuto accompagnarlo. Secondo: un problema di credibilità esterna. I calciatori, i club e lo stesso ambiente internazionale percepiscono la solidità di un progetto anche dalla stabilità dei ruoli. Terzo: un problema di governance interna, perché ogni riorganizzazione in corsa costringe a redistribuire deleghe e competenze mentre l’attività sportiva non aspetta. Quarto: un problema di messaggio pubblico, perché la Nazionale vive anche di fiducia e consenso; vedere dirigenti tecnici che potrebbero lasciare per divergenze sulla scelta del ct alimenta inevitabilmente l’idea di una struttura che fatica a trovare un centro di gravità.

Non va dimenticato che siamo in un periodo in cui le federazioni, e la FIGC in particolare, devono gestire pressioni multiple: calendario sempre più fitto, rapporti con i club, esigenze economiche e aspettative sportive. Proprio per questo, la chiarezza della filiera decisionale è determinante. Se la catena di comando appare incerta, ogni scelta futura – convocazioni, criteri di selezione, gestione delle emergenze – rischia di essere interpretata come frutto di compromessi più che di una visione tecnica.

La giornata di domenica 26 luglio 2026, indicata come il momento in cui la situazione sarebbe maturata in senso negativo, diventa quindi la data-soglia che separa due fasi: prima l’idea di un progetto che sceglie il suo allenatore; dopo, la sensazione di un progetto che deve rincorrere una decisione non più controllata. Ed è esattamente in questo “dopo” che un’eventuale dimissione di Maldini e Leonardo assumerebbe un valore politico-tecnico enorme: direbbe che il progetto non è più quello per cui erano stati coinvolti.

Malagò

Il Consiglio federale del 28 luglio 2026 e gli scenari possibili: tempi, alternative e priorità

Il Consiglio federale di martedì 28 luglio 2026 diventa il passaggio che può cristallizzare la situazione. L’aspettativa, fino a poco fa, era di arrivare a quell’appuntamento con un nome definito, o quantomeno con una direzione certa. Invece il quadro attuale suggerisce un Consiglio che potrebbe trasformarsi in un tavolo di gestione dell’emergenza: non solo per indicare il ct, ma per evitare che la questione allenatore si trasformi in una crisi di struttura.

Da un punto di vista operativo, le priorità sono tre. La prima è la stabilità: il ct non può essere una figura “di passaggio” mascherata da soluzione definitiva, perché la Nazionale paga a caro prezzo i cicli avviati senza convinzione. La seconda è la compatibilità con la filiera tecnica: anche un nome forte rischia di indebolirsi se non ha intorno una squadra di lavoro coerente e un perimetro decisionale chiaro. La terza è la rapidità: scegliere in fretta non significa scegliere male, ma significa mettere il futuro in condizione di partire subito. Il ritardo, nel calcio moderno, non è neutro: si traduce in minor tempo per osservazione, preparazione e costruzione di un gruppo.

Se Pirlo esce di scena, la scelta si sposta inevitabilmente su profili diversi per impostazione e impatto. Qualunque direzione venga presa, però, dovrà rispondere a domande concrete: quale stile di gioco si vuole? Quale idea di selezione dei giocatori? Che tipo di rapporto con i club e con i carichi di una stagione che, tra campionati e coppe, lascia sempre meno margine di lavoro? E soprattutto: chi firma davvero questa scelta, assumendosene la responsabilità tecnica e politica?

In questa fase, la Federazione deve anche gestire un rischio comunicativo: trasformare la nomina del ct in una telenovela estiva danneggia la percezione del progetto, alimenta fazioni e rende più difficile il lavoro di chi arriverà. Per questo il 28 luglio non è soltanto una data istituzionale: è una deadline di credibilità. Uscire dal Consiglio con un quadro definito – ct individuato e ruoli confermati – sarebbe il segnale necessario per ricompattare l’ambiente. Uscirne con ulteriori rinvii, o con fratture interne, aprirebbe invece una fase di instabilità che la Nazionale, oggi, non può permettersi.