Una partita che sembrava scivolare via, poi una sterzata improvvisa: i Los Angeles Lakers hanno superato i New Orleans Pelicans 110-101 con un quarto periodo che ha cambiato tono, ritmo e soprattutto gerarchie emotive della gara. Non è stata una vittoria “pulita”, non è stata nemmeno una prestazione lineare. Ma è stata una vittoria che pesa, perché arriva attraverso un messaggio chiaro: quando la partita si decide sulla durezza, sull’attenzione difensiva e sulla gestione dei possessi, Los Angeles può ancora diventare una squadra scomoda per chiunque.
Il volto della serata è stato quello della rimonta: sotto a più riprese, i Lakers hanno piazzato una chiusura feroce, costruita su stop consecutivi, correzioni tattiche e un controllo del pallone che nei primi tre quarti era mancato. A livello individuale, i numeri dicono Luka Dončić (27 punti, 10 rimbalzi, 7 assist) e LeBron James (21 punti, 7 rimbalzi, 7 assist), ma il cuore della partita è stato collettivo: è lì che Los Angeles ha ribaltato inerzia e punteggio.

Il quarto periodo che ribalta tutto: difesa, correzioni e parziale decisivo
Per tre quarti, la partita ha raccontato una storia diversa. I Lakers hanno convissuto con problemi che, nella loro stagione, si presentano spesso insieme: troppi errori di gestione, un attacco a tratti prevedibile e una difesa incapace di togliere comfort agli avversari per più possessi consecutivi. Il dato che fotografa il rischio corso è la mole di palle perse accumulata prima dell’ultima frazione: un’energia dissipata che, contro una squadra fisica e atletica come New Orleans, rischia di trasformarsi subito in canestri facili dall’altra parte.
E invece l’ultimo quarto ha avuto un taglio netto. Los Angeles ha alzato la pressione sulla palla, ha sporcato le prime linee di passaggio e ha costretto i Pelicans a iniziare l’azione più lontano dai loro punti di comfort. È qui che si è vista la parte più significativa della vittoria: non un singolo tiro “miracoloso”, ma la somma di scelte migliori. I Lakers hanno ridotto drasticamente gli errori, hanno protetto il possesso e hanno trasformato la difesa in attacco, trovando ritmo in transizione e fiducia nei tiri costruiti dopo uno stop.
Il parziale finale è stato la conseguenza di quella trasformazione: quando una squadra che per lunghi tratti aveva concesso iniziative vicino al ferro e soluzioni comode, improvvisamente comincia a murare l’area e a ruotare con tempi giusti, l’avversario tende a irrigidirsi. New Orleans è finita a giocare più spesso “contro” la difesa che “dentro” la partita, perdendo fluidità e continuità. Nel finale, inoltre, la difesa dei Lakers ha prodotto anche giocate ad alto impatto emotivo: stoppate, recuperi, seconde opportunità negate. E in una gara punto a punto, quelle sono le azioni che spostano la percezione prima ancora del tabellone.
Dal punto di vista tattico, la chiusura ha mostrato una scelta precisa: più aggressività sul perimetro e più presenza nei pressi del ferro, con aiuti tempestivi e una maggiore disciplina nei closeout. Non è stata una difesa perfetta, ma è stata una difesa coerente, e questo per i Lakers è spesso il confine tra partita controllata e partita caotica.
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Dončić e LeBron: produzione, regia e gestione dei momenti chiave
In una gara che ha cambiato pelle, Luka Dončić e LeBron James hanno fatto ciò che sanno fare meglio: interpretare i momenti, capire quando accelerare e quando invece “congelare” il possesso per prendere un tiro più pulito. Dončić ha guidato la produzione offensiva con un mix di letture e fisicità: ha attaccato i cambi, ha punito quando la difesa gli ha concesso spazio e ha mantenuto un volume costante di creazione per i compagni. Il suo tabellino (27-10-7) è quello di un giocatore che non si limita a segnare: organizza, orienta, costringe la difesa a scegliere dove concedere qualcosa.
LeBron James ha giocato una partita di controllo: dentro l’azione quando serviva una decisione netta, fuori dal rumore quando la squadra aveva bisogno di respirare. I suoi 21 punti sono arrivati senza forzature e con una selezione di tiri più “adulta”, da giocatore che sa pesare il possesso. Il valore aggiunto, però, è stato il resto: rimbalzi, passaggi, posizionamenti difensivi che nel finale hanno aumentato la solidità del gruppo. Nei minuti caldi, la sua capacità di leggere i raddoppi e di trovare l’uomo libero è stata una garanzia di ordine, proprio mentre New Orleans iniziava a perdere certezze.
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Accanto alle stelle, è stata importante anche la risposta di chi ha acceso il cambio di ritmo. Austin Reaves, dopo una parte centrale di gara meno brillante, ha trovato canestri e iniziative nel momento più delicato, dando ai Lakers quel tipo di punti “di opportunità” che spezzano le difese quando la palla pesa. E nel finale è emerso anche un altro aspetto spesso decisivo nelle partite NBA: la fiducia reciproca. Quando Dončić e LeBron scaricano nei tempi giusti, e chi riceve non esita, la qualità del tiro sale e l’avversario non può più collassare sempre sugli stessi due creatori.
La vittoria, insomma, non è stata solo “dei due”, ma è passata dalla loro capacità di trasformare la partita in un contesto più gestibile: meno corse a vuoto, meno possessi sporchi, più decisioni semplici. E quando i Lakers riescono a giocare semplice, spesso diventano anche più pericolosi.
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Pelicans a due facce: buone cose per tre quarti, poi blackout e segnali da decifrare
Per New Orleans resta la sensazione di aver avuto in mano la partita e di averla lasciata scivolare via nel modo peggiore: non per un singolo errore, ma per un progressivo svuotamento di efficacia nell’ultimo quarto. I Pelicans hanno trovato produzione da Zion Williamson e Trey Murphy, hanno costruito vantaggi grazie a una presenza fisica che, per lunghi tratti, ha messo Los Angeles sulle rotaie sbagliate, e hanno avuto momenti in cui l’attacco sembrava in controllo.
Il problema è stato il passaggio dal “vantaggio” alla “chiusura”. Quando i Lakers hanno cambiato intensità difensiva, New Orleans non è riuscita ad adattarsi con la stessa velocità. Le spaziature si sono ristrette, le soluzioni sono diventate più statiche e l’attacco ha perso quel movimento che serve per evitare che una difesa in fiducia possa scegliere dove collassare. In quei minuti, anche la qualità dei tiri è scesa: più conclusioni contestate, meno vantaggi creati con anticipo, meno seconde opzioni dopo il primo blocco.
Inoltre, il finale ha evidenziato quanto la gestione del pallone sia centrale contro una squadra che, quando sente odore di rimonta, aumenta la pressione su ogni palleggio. I Lakers hanno convertito la partita in una gara di dettagli: rimbalzi contesi, possessi lunghi, letture difensive. E su quel terreno, New Orleans ha perso l’equilibrio, finendo per subire parziali rapidi e psicologicamente pesanti.
Per i Pelicans, il ko non cancella quanto di buono visto prima del quarto periodo, ma costringe a una riflessione chiara: nei finali punto a punto, serve una struttura offensiva affidabile anche quando l’energia cala e gli spazi si chiudono. Contro i Lakers, nel momento decisivo, quella struttura non si è vista abbastanza.
Per Los Angeles, invece, la serata racconta un’altra cosa: la rimonta non è solo un risultato, è un possibile punto di svolta. Se la difesa dell’ultimo quarto diventa un’abitudine e non un episodio, la corsa a Ovest cambia prospettiva. E la sensazione, dopo questa partita, è che i Lakers abbiano trovato una vittoria che vale più dei due punti.