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US Open 2026, si ferma ai quarti la corsa di Bolelli e Vavassori: doppio azzurro travolto in due set

Cobolli

Il doppio italiano perde un altro pezzo importante a New York proprio nel momento in cui il tabellone entra nella sua fase più calda. Nella mattinata di giovedì 10 settembre 2026, Simone Bolelli e Andrea Vavassori sono stati eliminati nei quarti di finale dello US Open 2026, battuti in due set dalla coppia formata dallo statunitense Chris Harrison e dal britannico Neal Skupski. Il punteggio, netto, racconta di una partita che non ha mai davvero preso la direzione sperata dagli azzurri: 6-3 6-2. L’uscita di scena dei due italiani chiude un capitolo che, per intensità e aspettative, aveva acceso l’interesse del pubblico anche oltre la nicchia del doppio, perché la loro stagione e il loro modo di stare in campo avevano dato segnali di solidità e ambizione.

Una partita che scivola via: ritmo alto degli avversari e pochi appigli per gli azzurri

In un quarto di finale Slam, la differenza raramente sta in un colpo solo: più spesso è un insieme di dettagli che, sommati, trasformano un match equilibrato in una gara a senso unico. Contro Chris Harrison e Neal Skupski, la sensazione è stata proprio questa: Bolelli e Vavassori hanno faticato a trovare continuità nei propri turni di risposta e, soprattutto, non sono riusciti a imporre quel tipo di pressione costante che nel doppio diventa un linguaggio comune fatto di anticipo, letture e scelte istantanee a rete.

Il 6-3 del primo set ha indirizzato la serata/mattinata del match, perché ha dato fiducia alla coppia avversaria e ha tolto spazio alla rimonta psicologica degli italiani. Nel doppio, quando l’altra squadra alza il livello di prime di servizio e di prime volée, il tempo si riduce: diventa difficile “entrare” nello scambio, e i punti si risolvono in due o tre tocchi. Se in più gli avversari riescono a far viaggiare bene la palla sul primo colpo dopo il servizio, la risposta diventa un atto di sopravvivenza: devi neutralizzare e sperare di tornare nel punto, invece di costruire subito un’azione offensiva.

Nel secondo set, chiuso 6-2, si è vista la parte più dura della sconfitta: la partita non ha semplicemente seguito il suo corso, ma ha accelerato verso la fine. Questo tipo di parziale, in uno Slam, spesso fotografa un momento in cui una coppia rincorre continuamente e l’altra gioca con la leggerezza di chi sente di avere in mano la trama. Per Bolelli e Vavassori non è stata una questione di impegno o di intensità emotiva, ma di efficacia: nei momenti chiave non sono riusciti a cambiare marcia né a spezzare la sequenza di punti rapidi che favoriva Harrison e Skupski. La partita, in sostanza, è stata “corta” anche nel modo in cui è stata giocata: pochi scambi lunghi, poche zone grigie in cui costruire la rimonta, tante situazioni decise a rete o su risposte non abbastanza incisive.

Il dato più indicativo resta la sensazione di controllo esercitata dagli avversari nei game decisivi. Quando una coppia domina i propri turni di servizio e toglie certezze in risposta, l’altra è costretta a cercare soluzioni più rischiose: risposte più aggressive, movimenti più anticipati, scelte più forzate. È un meccanismo che può portare a una svolta improvvisa, ma può anche generare errori e frustrazione. E in un quarto Slam, la linea tra coraggio e fretta è sottilissima.

Cosa lascia questa eliminazione: valore del percorso, gerarchie del doppio e prospettive azzurre

L’eliminazione ai quarti non va letta come un fallimento, ma come un confine: quello che separa un ottimo cammino da un passo ulteriore, spesso il più complicato. Arrivare a questo punto dello US Open significa aver superato più turni in un contesto in cui il doppio è spietato: basta un break, un paio di punti storti, un tie-break mal gestito, e tutto cambia. Per Simone Bolelli e Andrea Vavassori la sconfitta contro Chris Harrison e Neal Skupski (con il punteggio di 6-3 6-2) racconta però anche un aspetto preciso: per vincere partite così, contro coppie abituate a stare a lungo nelle fasi finali, serve una qualità costante su ogni rotazione del match, non soltanto sui picchi.

Il doppio moderno, soprattutto negli Slam sul cemento, è una disciplina di rapidità mentale prima ancora che di tecnica. Le coppie forti non aspettano l’errore: lo provocano con schemi ripetibili e letture sincronizzate. In questo senso, il duo HarrisonSkupski ha fatto valere un’identità chiara, mentre gli azzurri sono sembrati più “di reazione”, costretti a inseguire la qualità del primo colpo. Non significa che manchi un progetto: significa che, quando il livello si alza, ogni piccola esitazione pesa.

Per Bolelli e Vavassori la parte più utile di questa esperienza è la fotografia di ciò che serve per trasformare un’ottima presenza in un’arma da titolo: aumentare la pericolosità in risposta, trovare qualche variazione in più sui punti che partono da servizio avversario, e soprattutto riuscire a cambiare ritmo anche quando l’altro binario (quello del gioco rapido e frontale) sembra chiuso. Il doppio, a questi livelli, è anche una disciplina di adattamento: se l’avversario ti toglie il centro del campo, devi inventarti angoli, traiettorie, altezze. E devi farlo senza perdere sicurezza.

Resta poi il tema, più ampio, del tennis italiano e della sua visibilità nel doppio. Negli ultimi anni, l’attenzione si è spesso concentrata sui singolaristi, ma in tornei come lo US Open il doppio è un laboratorio di competitività: è lì che si misurano capacità di gestione dei momenti, attitudine alla pressione, e quella durezza mentale che poi torna utile anche in altri contesti. L’uscita di scena ai quarti non cancella il valore del percorso: lo definisce, e lo rende anche misurabile. Da qui in avanti, la stagione dirà se questa coppia saprà trasformare un grande torneo in una continuità di risultati, o se questo Slam resterà un picco isolato.

Nel frattempo, per i tifosi azzurri, la notizia è chiara e senza giri di parole: a New York la corsa di Bolelli e Vavassori si ferma ai quarti. E lo fa contro una coppia che ha imposto il proprio gioco dall’inizio alla fine. In uno Slam, la linea che separa i “quasi” dai “fino in fondo” è spesso fatta di due o tre game: questa volta, quei game hanno sorriso a Harrison e Skupski.

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