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Notte NBA, scossa a Est e segnali pesanti a Ovest: Cunningham domina New York, Boston passa a San Francisco senza Curry

Stephen Curry

La ripartenza dopo la pausa di metà stagione in NBA ha rimesso subito in moto gerarchie e nervi, con una nottata che lascia indicazioni nette su due fronti: a Est, i Detroit Pistons hanno ribadito di poter “alzare il livello” contro le big passando al Madison Square Garden con un capolavoro di Cade Cunningham; a Ovest, i Boston Celtics hanno approfittato dell’ennesima assenza di Stephen Curry per imporsi in casa dei Golden State Warriors, mentre la sfida più cinematografica della serata si è chiusa sul filo di lana con i Los Angeles Clippers capaci di piegare i Denver Nuggets grazie a un finale spezzettato da dettagli e pressione. In mezzo, una raffica di risultati che tocca anche squadre in crisi profonda e strisce che iniziano a pesare come macigni, come quella dei Sacramento Kings, travolti ancora e sempre più in difficoltà nel trovare una via d’uscita.

@nba Cade becomes the first player in Pistons franchise history to record 40+ PTS, 10+ AST, 5+ REB and 5+ 3PM in a game & is just the third opposing player ever with 40+ PTS and 10+ AST at Madison Square Garden 👏 #NBA #basketball #CadeCunningham #Pistons ♬ original sound – NBA

Cunningham firma la notte al Garden: Detroit manda un messaggio a tutta la Eastern Conference

Il 126-111 con cui Detroit passa a New York non è una semplice vittoria esterna: è una dichiarazione d’intenti, perché arriva in un palcoscenico simbolico e contro una squadra che, per ambizioni e struttura, rappresenta un possibile incrocio da playoff. Il volto della serata è Cade Cunningham, autore di una prova totale da 42 punti8 rimbalzi e 13 assist. Numeri che raccontano solo in parte l’impatto: la sensazione è che Detroit abbia controllato ritmo e letture, scegliendo quando accelerare e quando “toccare il ferro” con pazienza, soprattutto nei momenti in cui il Garden prova fisiologicamente a spingere i padroni di casa con una fiammata emotiva.

Il dato che pesa, nel sottotesto, è la continuità con cui i Pistons hanno messo in difficoltà i Knicks in stagione: vincere una volta può essere episodio, ripetersi più volte diventa pattern. Detroit, per di più, lo fa senza due corpi importanti nel pitturato come Jalen Duren e Isaiah Stewart (assenti per sospensione), e questa è forse la chiave tecnica più interessante: la squadra non si aggrappa a un solo modo di stare in campo, ma trova soluzioni alternative. Significa che l’identità si sta stabilizzando: difesa che regge senza crollare, attacco che sa creare vantaggi con la palla in mano al suo leader e, soprattutto, una distribuzione di responsabilità che evita il “tutto e subito” in un unico terminale.

Il “come” di Cunningham spiega il “perché” del messaggio: quando una stella produce così tanto senza perdere il controllo della partita, obbliga l’avversario a scegliere tra due compromessi scomodi. Se raddoppi, concedi linee di passaggio e tiri piedi per terra; se resti in contenimento, ti esponi all’uno contro uno e alle letture in uscita dal pick and roll. In più, i suoi 13 assist indicano una cosa precisa: Detroit ha convertito le sue letture in punti, punendo le rotazioni in ritardo e attaccando le scelte difensive non appena si aprivano. Per New York è un campanello che suona forte perché non riguarda un dettaglio di serata, ma la capacità di reggere contro un avversario che – anche senza alcuni uomini chiave – ha dimostrato di avere già una “mappa” per colpire nei punti giusti.

@espn #cadecunningham #nba #basketball #espnsocial ♬ original sound – ESPN

Boston sfrutta l’assenza di Curry e vince a San Francisco: Warriors ancora senza il loro riferimento

La partita di San Francisco era, inevitabilmente, segnata da un’assenza che condiziona non solo la produzione offensiva, ma l’intera architettura emotiva dei WarriorsStephen Curry non rientra e Boston capitalizza, imponendosi 121-110 con un margine che nel corso della gara si allarga fino a diventare molto più netto. Per i Celtics, il segnale è di solidità e continuità: quando vinci in trasferta contro una squadra che, anche in difficoltà, ha un’inerzia casalinga storicamente pericolosa, significa che la tua pallacanestro “viaggia” e non dipende da una sola serata di percentuali.

Boston

Il perno narrativo è la terza tripla doppia stagionale di Jaylen Brown, che chiude con 23 punti15 rimbalzi e 13 assist. Un dato, quello degli assist, che fotografa una Boston in grado di allargare il campo e di muovere la palla con continuità, andando oltre la logica del singolo che risolve. Accanto a lui pesa la produzione di Payton Pritchard con 26 punti, utile a dare volume e ritmo nei momenti in cui la partita rischiava di “sporcarsi” e trasformarsi in una sequenza di possessi confusi.

@nba Neither of them wanted to get rid of the ball 😭 #NBA #basketball #Porzingis #PaytonPritchard ♬ original sound – NBA

Per Golden State, invece, il match è una radiografia: senza Curry, ogni possesso diventa più faticoso, ogni parziale subito sembra più difficile da arginare perché manca il canestro “facile” che arriva dalla gravità del numero 30. Anche quando i Warriors trovano punti da più giocatori, resta la sensazione che l’attacco debba conquistarsi tutto con maggiore dispendio di energia e con minore margine d’errore. In questo quadro, l’inserimento del grande ex Kristaps Porzingis (in questo caso in maglia Warriors) è una storia nella storia: porta un’idea diversa, un tipo di spaziature e di minaccia interna-esterna che può aiutare, ma che richiede tempo per integrarsi davvero nei meccanismi, soprattutto se il principale motore offensivo resta ai box.

Il risultato finale, più che una sentenza, diventa un’indicazione di percorso: Boston può permettersi di vincere “controllando” anche lontano da casa; Golden State, finché non ritrova Curry, deve cercare soluzioni che riducano la dipendenza dall’iniziativa individuale e aumentino la qualità dei tiri creati. Il rischio, altrimenti, è che ogni partita contro un avversario di alto livello finisca per scivolare via in una lunga rincorsa, con la fatica che cresce e le scelte che peggiorano nel quarto periodo.

Finali al cardiopalma e crisi che si allargano: Clippers-Nuggets e il crollo continuo dei Kings

Se Cunningham è la copertina e Boston il segnale di continuità, la scena più “cruda” della notte è quella di Clippers-Nuggets, finita 115-114 con un epilogo che racconta quanto la NBA sia un gioco di nervi oltre che di talento. Il momento chiave arriva quando Jamal Murray conquista tre liberi per impattare e allungare la gara: segna i primi due e sbaglia il terzo, lasciando a Los Angeles una vittoria che vale doppio perché costruita su resistenza mentale. Dall’altra parte, Nikola Jokic produce una linea da 22 punti e 17 rimbalzi, ma con percentuali meno “chirurgiche” del solito, quasi a suggerire che la fisicità e la pressione della partita abbiano spostato la battaglia su un terreno di contatto e pazienza.

 Nikola Jokic

Il nome che incendia i Clippers è Bennedict Mathurin, capace di uscire dalla panchina e mettere 38 punti al debutto casalingo con una prestazione che cambia pelle alla gara: quando un sesto uomo produce volume e aggressività così, l’equilibrio delle rotazioni si ribalta e l’avversario si trova a gestire un pericolo imprevisto, spesso senza un “matchup” preparato. È qui che la partita diventa lezione: nei finali stretti, non vince sempre chi ha il miglior quintetto, ma chi trova un vantaggio inatteso da una piega secondaria del roster.

All’estremo opposto del termometro emotivo ci sono i Sacramento Kings, che incassano un’altra sconfitta pesantissima: 131-94 contro gli Orlando Magic. Non è solo un ko: è una nuova tappa di una serie negativa che si allunga e che inizia a trasformarsi in un problema strutturale, perché mina fiducia e abitudini. Orlando, dal canto suo, vive una serata irreale dall’arco con 27 triple segnate, un volume che schiaccia la partita e la rende, di fatto, a senso unico. In mezzo, brilla Paolo Banchero con 30 punti, simbolo di una squadra che quando corre e mette tiri in ritmo diventa difficilissima da contenere.

@nba The @Orlando Magic set a new franchise record for threes in a game with a BANG‼️ #NBA #basketball #Magic ♬ original sound – NBA

Per Sacramento, invece, il contesto è pesante anche per le assenze e le rotazioni ridisegnate: senza riferimenti importanti e con il morale sotto pressione, ogni errore si amplifica. E quando gli avversari iniziano a colpire da tre con continuità, l’effetto domino è inevitabile: rientri in ritardo, closeout forzati, falli, transizione concessa. È una spirale che non si spezza con un timeout, ma con una ricostruzione quotidiana delle certezze, a partire dai piccoli dettagli difensivi e dall’ordine in attacco.

In una sola notte, insomma, la NBA ha rimesso sul tavolo tutte le sue verità: le stelle che dominano e spostano l’asse di una conference, le contender che vincono anche quando la partita “non chiede spettacolo”, e le squadre che sprofondano perché non riescono più a fermare l’emorragia. Da qui in avanti, ogni gara peserà un po’ di più: non solo in classifica, ma nella percezione di chi, a marzo e aprile, vuole arrivare con un’identità chiara e una rotazione che non tremi quando il pallone scotta.

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