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McLaren, il problema non è solo la velocità: perché Piastri parla di “finestra” troppo stretta e cosa significa per il resto del 2026

Piastri in mclaren

Alla vigilia del weekend di Spa e dell’immediato seguito in Ungheria, in casa McLaren si fa spazio una lettura molto più profonda della semplice “mancanza di passo”. Dopo un altro fine settimana complicato a Silverstone, Oscar Piastri ha indicato con chiarezza un punto che, nel linguaggio tecnico della Formula 1, pesa quanto un aggiornamento aerodinamico mancato: la vettura rende quando tutto è “perfetto”, ma appena le condizioni si spostano di qualche grado – vento, grip, temperatura gomme, asfalto che cambia – la prestazione cade e il pilota resta senza appoggi e fiducia.

Non è una sfumatura. È un campanello d’allarme perché racconta una monoposto che funziona in una porzione troppo piccola di scenario, e nel 2026 – con gare sempre più “vive” e weekend dove le variabili contano quanto i decimi – questo limite può diventare un macigno in classifica. L’analisi di Piastri, emersa dopo il GP di Gran Bretagna, collega lo scivolamento di competitività a un concetto chiave: la finestra operativa della MCL40, ovvero l’insieme di condizioni in cui la macchina è bilanciata, stabile e prevedibile. Quando quella finestra è stretta, basta poco per andare fuori fase e perdere non solo tempo sul giro, ma anche la capacità di attaccare in gara.

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Una macchina forte “solo quando tutto è al posto giusto”: la lettura di Piastri dopo Silverstone

Il punto di partenza è il fine settimana inglese: McLaren ha vissuto un GP in cui il confronto con le rivali è diventato improvvisamente impietoso. La MCL40 è apparsa lontana da Ferrari, Mercedes e Red Bull sul ritmo complessivo, sia in qualifica sia in gara. E qui il dettaglio più significativo non è tanto il risultato, quanto la differenza di sensazioni tra i due piloti: Lando Norris è riuscito a raddrizzare la domenica con una rimonta fino al quarto posto, mentre Piastri ha faticato a trovare fiducia per l’intero weekend, chiudendo addirittura fuori dalla zona punti.

Questo scarto interno, in F1, spesso rivela più della classifica: quando un pilota “si arrangia” e l’altro si perde, significa che la macchina ha un comportamento che richiede adattamenti estremi, oppure cambia faccia a seconda delle condizioni. Piastri, in sostanza, non ha descritto un problema isolato, ma un meccanismo: quando il grip è alto e la pista è stabile, McLaren riesce a stare in scia o vicino alla lotta; quando invece le condizioni diventano difficili, la vettura mostra i suoi limiti senza possibilità di nasconderli. È una diagnosi netta: nelle giornate in cui il contesto è “pulito” la macchina maschera alcune debolezze, ma quando l’ambiente si complica, quelle debolezze diventano dominanti.

Silverstone, da questo punto di vista, è stato un amplificatore perfetto: vento, aderenza che cambia, temperature e condizioni meno prevedibili hanno tolto a McLaren i riferimenti abituali. Piastri ha spiegato che proprio in quelle situazioni “non c’è dove nascondersi”: in qualifica, con un giro secco e poco margine per gestire, la macchina esce dalla sua zona ideale e la perdita di prestazione diventa enorme. Questa osservazione sposta il focus: non è solo questione di “mancano aggiornamenti”, ma di come la monoposto reagisce quando non può essere portata con precisione chirurgica nel suo equilibrio preferito.

In più, Silverstone ha messo in evidenza anche un’altra fragilità: nelle curve velocissime – quelle che richiedono stabilità dell’avantreno, appoggio e fiducia totale – la MCL40 ha sofferto. Le sequenze più impegnative del tracciato inglese hanno esposto una mancanza di stabilità davanti, rendendo più difficile attaccare i curvoni a pieno. Se un pilota non sente l’anteriore “piantato”, in quel tipo di curve non si perde solo tempo: si smette di spingere, si anticipa il rilascio, si frena un metro prima. Ed è lì che i decimi diventano mezzo secondo.

Norris

Gomme e variabili: perché Canada, Monaco e ora Silverstone raccontano lo stesso limite

La parte forse più pesante delle parole di Piastri è che non si tratta di un episodio. Il pilota australiano ha collegato apertamente Silverstone a una catena di gare in cui McLaren ha sofferto quando le gomme diventavano “difficili da mettere in temperatura” e quando fattori esterni come il vento aumentavano l’imprevedibilità. Ha citato in particolare Canada e Monaco come weekend in cui, con gestione termica complicata e condizioni meno lineari, la squadra ha mostrato lo stesso tipo di fragilità: quando il contesto esce dal seminato, la macchina fatica a rimanere nella sua finestra e la prestazione scivola.

In termini pratici, “problema di temperature gomme” non significa solo che la gomma è fredda o calda: significa che il pacchetto auto-gomme non riesce a generare e mantenere energia nello pneumatico nella maniera desiderata. Se non riesci a scaldare correttamente l’anteriore, perdi ingresso curva e rotazione; se non riesci a gestire il posteriore, perdi trazione e stabilità. Ma soprattutto, se questa difficoltà cambia molto con vento e grip, allora non hai un comportamento ripetibile: e in F1, la ripetibilità è tutto, perché ti permette di costruire fiducia e di lavorare con precisione su assetto, altezze, bilanciamento e strategie.

Qui entra in gioco il concetto di “comfort zone” citato da Piastri: la macchina sembra richiedere condizioni quasi ideali per esprimere le qualità migliori. Quando invece il grip cala, quando l’asfalto non offre una base costante o quando il vento altera la piattaforma aerodinamica, emergono problemi strutturali. Il risultato è doppio: in qualifica si paga subito, perché manca un giro “pulito” in cui la macchina risponda come previsto; in gara si paga alla distanza, perché se non riesci a portare la gomma nella finestra giusta, ti ritrovi a gestire e non ad attaccare, mentre i rivali possono essere più aggressivi.

Per McLaren, questo significa che la rincorsa alla competitività non può ridursi a un “singolo fix”. Le parole di Piastri suggeriscono un quadro più ampio: il problema è sistemico, legato al modo in cui la MCL40 reagisce quando le condizioni non sono ideali. In queste situazioni, la vettura non perde solo prestazione assoluta, ma perde coerenza, e la coerenza è la base su cui si costruisce un weekend competitivo.

Guardando ai prossimi appuntamenti, il tema diventa ancora più attuale: a Spa-Francorchamps – dove nel 2026 è previsto anche il formato Sprint nel weekend del 17-19 luglio – il meteo e le condizioni di grip possono cambiare rapidamente, e la pista alterna tratti ad altissima velocità a sezioni dove la stabilità e la gestione gomme sono decisive. Subito dopo, l’Hungaroring tende a stressare l’equilibrio e la trazione, con temperature spesso elevate. Se la finestra operativa resta stretta, ogni variabile esterna diventa un moltiplicatore dei limiti, e non un semplice “fastidio” da gestire.

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