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Knicks-Spurs, la rimonta che riscrive le Finals: da -29 al colpo di Anunoby

Jalen Brunson pronto per la gara contro gli Spurs

La notte del 10 giugno 2026 ha consegnato alle NBA Finals una partita destinata a restare in archivio: i New York Knicks hanno ribaltato i San Antonio Spurs 107-106 in gara 4 dopo essere scivolati fino a -29, prendendosi un vantaggio 3-1 nella serie. A decidere è stato un finale da cardiopalma, chiuso dal tap-in di OG Anunoby a 1,2 secondi dalla sirena: un dettaglio minimo, arrivato però dopo una lunga rincorsa costruita con difesa, coraggio e scelte offensive più pulite. Ora la serie si sposta in Texas per gara 5, con New York che ha tre match-point e con San Antonio costretta a trovare risposte immediate, tecniche e mentali, per evitare che la stagione finisca senza appello.

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Una gara 4 fuori scala

Per capire davvero gara 4 bisogna partire dal dato che più di ogni altro racconta la serata: 29 punti di svantaggio. Non è stato un semplice passaggio a vuoto, ma un buco profondo in cui New York è caduta mentre San Antonio correva con fiducia, ritmo e una qualità di tiro che sembrava travolgere qualsiasi aggiustamento. Gli Spurs hanno interpretato i primi tratti di gara come una squadra giovane ma già spietata: transizione rapida, attacchi al ferro per generare scarichi, letture immediate contro i cambi difensivi e un uso sempre più maturo del loro perno, Victor Wembanyama, per aprire spazi e attirare aiuti.

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In quel momento, la partita sembrava avviata verso un copione lineare: pareggio della serie, inerzia ribaltata e Finals riaperte. E invece i Knicks hanno fatto la cosa più difficile quando l’inerzia è totalmente dall’altra parte: non hanno cercato il colpo miracoloso, hanno abbassato l’ansia e hanno iniziato a rosicchiare punti con una sequenza di possessi “giusti”. È lì che la rimonta smette di essere un episodio emotivo e diventa un fatto tecnico: difesa più aggressiva sul primo palleggio, rotazioni più puntuali sugli angoli, maggiore attenzione a togliere a San Antonio i tiri comodi nei primi 10 secondi dell’azione.

Offensivamente, New York ha scelto di ridurre gli sprechi: meno tiri affrettati, più attacchi mirati per generare contatti o vantaggi chiari, e soprattutto una gestione più lucida dei finali di quarto, dove spesso le partite cambiano direzione senza che ce ne si accorga. La rimonta non è stata un’onda unica: è stata una scalata a strappi, con San Antonio che ha provato più volte a rimettere distanza e con New York che, ogni volta, ha trovato un possesso difensivo o un rimbalzo d’attacco per restare attaccata.

Il finale ha condensato tutto: un punto di margine, un possesso sporco, il pallone che resta vivo e il tap-in di OG Anunoby a 1,2 secondi dalla fine. Un gesto semplice, ma pesantissimo, perché certifica non solo la rimonta, ma anche la capacità dei Knicks di essere “presenti” sull’ultima palla quando l’intera partita ti ha già chiesto l’impossibile. Con il 107-106, New York va sul 3-1 e trasforma le Finals in un esercizio di gestione: adesso non serve più vincere sempre, serve vincere una delle prossime tre.

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Difesa, gestione del ritmo e rimbalzi come moneta delle Finals

Se la rimonta è la fotografia, la domanda è: come ci si arriva contro una squadra che, per lunghi tratti, ti ha preso a schiaffi di velocità e talento? La prima risposta è la difesa, ma non intesa come “energia” generica: New York ha cambiato la qualità dei primi contatti. Nel basket di oggi, soprattutto in una serie di Finals, la differenza tra un attacco fluido e un attacco inceppato nasce spesso nei primi due palleggi. Quando i Knicks hanno iniziato a sporcare la ricezione e a costringere gli Spurs a iniziare le azioni più lontano dai loro punti di comfort, la partita è diventata meno “facile” per San Antonio.

La seconda chiave è stata il ritmo. Gli Spurs hanno fatto male quando hanno potuto correre, e non solo in transizione aperta: anche nelle situazioni di semi-transizione, quando la difesa avversaria non è ancora schierata e basta una scelta rapida per creare un tiro ad alta percentuale. New York, dal momento in cui ha iniziato a rientrare meglio e a “contare” davvero i propri possessi, ha abbassato la quantità di azioni caotiche. In una rimonta così, ogni pallone perso pesa doppio: perché regala punti facili e perché spezza la tua continuità emotiva. E infatti, nel tratto decisivo, i Knicks hanno dato la sensazione di avere più controllo, pur inseguendo.

Il terzo tema, spesso sottovalutato nei racconti “epici”, è il rimbalzo. Quando sei sotto e vuoi rimontare, hai bisogno di extra-possessi: un rimbalzo offensivo, una palla vagante conquistata, un secondo tiro che non era previsto. L’ultima azione, quella del tap-in di Anunoby, è la sintesi perfetta: la partita si decide perché un pallone non viene “chiuso” e perché qualcuno attacca il ferro fino all’ultimo. È una regola antica delle Finals: i dettagli fisici non sono contorno, sono la sostanza che rende possibile il colpo decisivo.

Dal lato Spurs, invece, la partita apre un interrogativo molto concreto: come gestire i momenti in cui l’avversario alza l’intensità senza perdere lucidità? Avere un vantaggio così ampio e non portarlo a casa significa che, in certi frangenti, San Antonio non ha trovato soluzioni alternative quando il primo piano A è stato tolto. Non è una condanna, è parte del percorso di una squadra giovane, ma in una serie al meglio delle sette non c’è tempo per imparare lentamente: ogni gara è un esame finale.

Adesso la serie cambia completamente pelle: non è più una battaglia alla pari, è una rincorsa contro il tempo. Gli Spurs devono vincere gara 5 per restare vivi, e devono farlo senza la paura di “sprecare” un altro vantaggio, perché quella paura può irrigidire le scelte offensive e trasformare tiri buoni in tiri esitanti. I Knicks, al contrario, arrivano in Texas con una forza mentale enorme: hanno già vinto una partita che sembrava persa, e nelle Finals questo tipo di vittoria spesso sposta anche ciò che non si vede a referto.

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