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FIGC verso il dopo-Gravina: la Serie A spinge su Malagò

Malagò

Il calcio italiano si prepara a una svolta istituzionale che può incidere ben oltre i confini della politica sportiva. A pochi giorni dalle dimissioni di Gabriele Gravina, formalizzate il 2 aprile 2026, la macchina federale è entrata in modalità emergenza: serve una guida, serve una direzione, serve soprattutto una credibilità che negli ultimi mesi è stata messa a dura prova dai risultati e dal clima di frattura tra le varie componenti del sistema. In questo scenario, la giornata di lunedì 13 aprile 2026 segna un passaggio chiave: la Lega Serie A si riunisce per definire una linea comune e, secondo le indicazioni che filtrano nell’ambiente, la maggioranza dei club è pronta a presentare la candidatura di Giovanni Malagò alla presidenza federale.

Il voto, però, non è un semplice passaggio formale. La presidenza FIGC non è un ruolo “di rappresentanza”: significa decidere come ripartire, quali priorità darsi, come riorganizzare i rapporti con le leghe, con gli arbitri, con i settori giovanili e con la Nazionale. E significa anche, concretamente, gestire una campagna elettorale interna che si annuncia breve e intensa, con un calendario già tracciato: l’assemblea elettiva è fissata per il 22 giugno 2026. In due mesi scarsi, il calcio italiano deve scegliere se puntare su una figura di “garanzia” e di grande peso mediatico-istituzionale, oppure se aprire a un profilo più interno al mondo federale. La pressione è massima, perché la percezione pubblica è quella di un movimento che non può più permettersi un altro ciclo di promesse senza risultati.

Gravina

La partita politica che vale il futuro: perché la candidatura di Malagò pesa più del nome

Il punto non è soltanto chi salirà al vertice, ma che tipo di presidenza verrà impostata. La candidatura di Giovanni Malagò, se verrà davvero presentata dalla Serie A, porta con sé un messaggio netto: l’élite dei club vuole una figura con autorevolezza esterna al perimetro tradizionale della federazione, capace di parlare con il Governo, con i broadcaster, con gli investitori e con il mondo sportivo internazionale. Non è un dettaglio. In un calcio che vive di diritti TV, sostenibilità dei bilanci, riforme dei campionati e credibilità arbitrale, il presidente FIGC è un nodo politico prima ancora che sportivo.

La spinta dei club di massima serie risponde anche a un’esigenza di compattezza: presentarsi alle urne federali divisi significa spalancare la porta a una presidenza “di compromesso”, spesso più debole e più esposta ai veti incrociati. Ma qui entra in gioco il vero ostacolo: la FIGC non è governata soltanto dalla Serie A. Il sistema elettorale interno impone un equilibrio tra componenti diverse e, di conseguenza, una candidatura forte deve raccogliere consensi anche in ambienti che non sempre hanno gli stessi interessi dei top club. Chi lavora in Serie B, Serie C, dilettanti e nelle componenti tecniche guarda al vertice federale con priorità differenti: programmazione, risorse, tutela delle categorie, riforme dei campionati, rapporto con l’attività di base.

È qui che la figura di Malagò diventa un test di tenuta: può essere la sintesi, oppure può diventare un elemento di divisione se percepito come “candidato della A” e non del calcio italiano in generale. Per questo la notizia dell’assemblea di oggi non va letta come un finale già scritto, ma come l’inizio della fase decisiva: da questo momento la candidatura, se confermata, dovrà trasformarsi in un progetto che convinca anche chi non vive la quotidianità del grande calcio.

Nel frattempo, sullo sfondo restano altri profili che il sistema ha già iniziato a considerare come alternative credibili: Giancarlo Abete come figura esperta e già rodata al comando, e Matteo Marani come nome più legato alle dinamiche di Lega Pro e quindi a una possibile linea di “rinnovamento interno”. La pluralità dei nomi racconta una verità semplice: la federazione è in transizione e nessuno, oggi, può permettersi di sottovalutare la capacità degli altri blocchi elettorali di pesare sulla scelta finale.

abete commissario

Calendario, alleanze e contenuti: cosa può cambiare davvero fino alle elezioni del 22 giugno

La data del 22 giugno 2026 non è lontana: è un traguardo ravvicinato che obbliga tutti ad accelerare. In un contesto del genere, la campagna elettorale federale non si gioca sulle dichiarazioni di facciata, ma su tre leve: alleanze, programma e percezione di stabilità. La prima leva è la più concreta: ogni candidato deve costruire un equilibrio tra interessi che spesso sono divergenti. La Serie A cerca un presidente capace di difendere il valore del prodotto, di migliorare la credibilità delle competizioni e di spingere riforme che rendano il sistema più competitivo. Le serie inferiori, invece, chiedono garanzie su risorse e tutela del movimento, soprattutto in una fase in cui molte società vivono tensioni economiche e la sostenibilità è un problema reale.

La seconda leva è il programma, che non potrà restare generico. Chi si presenterà alle urne dovrà chiarire, senza ambiguità, almeno alcuni punti cardine: governance e trasparenza, riforma dei campionati, rapporto con la giustizia sportiva, investimenti nei settori giovanili, formazione tecnica e gestione dell’ecosistema arbitrale. Non basta promettere “cambiamento”: oggi il calcio italiano pretende misure leggibili, tempi, responsabilità e un metodo. E in questo, un presidente con profilo istituzionale forte può essere un vantaggio solo se riesce a trasformare l’autorevolezza in capacità operativa. Perché l’autorevolezza, da sola, non risolve i conflitti: li governa soltanto se produce soluzioni.

La terza leva è la percezione di stabilità. Dopo le dimissioni del 2 aprile 2026, la federazione deve evitare che la fase di transizione si trasformi in una paralisi. È il rischio tipico dei momenti di vuoto: ognuno spinge per la propria agenda, ogni decisione diventa contestabile, e intanto il sistema perde tempo. Le settimane che portano a giugno, invece, imporranno scelte quotidiane: gestione dei calendari, dialogo con le leghe, gestione di tensioni tra tifoserie e istituzioni, rapporti con l’area tecnica. In un movimento così esposto mediaticamente, anche un singolo episodio può diventare detonatore di polemiche e irrigidire i rapporti tra componenti.

Per questo la mossa della Serie A, se sarà confermata nei fatti con una candidatura chiara e condivisa almeno a maggioranza, è un segnale politico: tentare di guidare il processo, non subirlo. Ma il passaggio davvero cruciale arriverà subito dopo: la capacità di non trasformare la scelta in una bandiera di parte. Se il calcio italiano vuole ripartire, deve evitare che il nuovo presidente nasca già con un’etichetta addosso. Il compito sarà costruire un patto di sistema che metta insieme interessi diversi senza schiacciarli, e che soprattutto restituisca un’idea di direzione: non un nome soltanto, ma un progetto di governo riconoscibile.

Da oggi, dunque, la notizia non è solo “chi” viene proposto. La notizia è che la fase delle indiscrezioni sta lasciando spazio alle decisioni. E nel calcio italiano, quando si passa dalle parole ai voti, cambiano i pesi, cambiano i toni e cambiano anche le responsabilità. Il conto alla rovescia verso il 22 giugno 2026 è iniziato: chi guiderà la FIGC dovrà farlo con la stessa urgenza con cui si gioca una finale, ma con la lucidità di chi sa che la partita vera dura anni.

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