Il calcio italiano prova a ripartire dal punto più delicato e, allo stesso tempo, più promettente: la formazione. Nelle ultime ore la FIGC ha messo nero su bianco un nuovo impianto di lavoro dedicato al settore giovanile, con un obiettivo dichiarato: creare una linea comune che unisca metodo, persone e priorità, evitando che ogni territorio proceda in ordine sparso. Il cuore dell’operazione non è uno slogan, ma un cambio di prospettiva: riportare la tecnica individuale al centro, ridurre la dipendenza da tatticismi precoci e dalla rincorsa al risultato nelle categorie di base, e offrire ai club una cornice operativa concreta.
La novità più rilevante è la scelta di un coordinamento tecnico unico tra aree federali diverse, chiamate a collaborare senza perdere la propria autonomia organizzativa. In questa architettura assume un ruolo-chiave Maurizio Viscidi, nominato Direttore Tecnico per l’attività giovanile, con il compito di armonizzare programmi, linguaggi e strumenti di lavoro. Accanto a lui, nel disegno delle linee guida per il calcio di base, entrano figure di grande esperienza e peso specifico come Simone Perrotta e Gianluca Zambrotta, coinvolti nel definire un modello più leggibile e replicabile sul territorio. È un intervento che punta a incidere dall’inizio del percorso: dai bambini e dalle bambine dell’attività di base fino alle selezioni giovanili, riducendo il divario tra formazione quotidiana e richieste del calcio di alto livello.

Perché la federazione cambia rotta: coordinamento, cultura tecnica e “officina del talento”
La prima lettura del nuovo progetto è politica e culturale insieme: la federazione vuole creare un unico baricentro tecnico che tenga in linea Settore Tecnico, Settore Giovanile e Scolastico e Club Italia. Non è un semplice riordino di competenze: è un tentativo di evitare che l’educazione calcistica venga schiacciata da priorità differenti a seconda dei contesti, dei campionati e delle pressioni locali. La scelta di introdurre una figura di direttore tecnico per l’attività giovanile, modello già presente in molte federazioni europee, serve proprio a questo: dare continuità, stabilire principi comuni, rendere riconoscibile una filosofia.
Dentro questa logica, la federazione mette in evidenza un tema che nel dibattito italiano è ricorrente ma spesso rimane astratto: il rischio di anticipare troppo la tattica e la ricerca del risultato, trasformando la crescita in una corsa a breve termine. Il progetto, invece, prova a spostare la conversazione su ciò che “costruisce” davvero un calciatore e, prima ancora, una persona che sappia stare nello sport: confidenza con la palla, qualità del gesto, capacità di scelta, creatività, autonomia. L’idea è che il talento non si decreti, si coltiva; e si coltiva con un ambiente che non bruci le tappe.
Il programma parla anche di un’esigenza di “linguaggi comuni” tra le strutture federali: significa che, oltre ai concetti, devono cambiare strumenti e processi. Perché una riforma non regge se resta confinata ai convegni: deve diventare routine quotidiana sul campo, dalla seduta d’allenamento alle indicazioni per gli staff, fino al modo in cui si valutano i progressi dei ragazzi. In quest’ottica, la federazione spinge l’idea di una sorta di new deal delle “radici azzurre”, una “officina del talento” che non sia un’etichetta, ma una rete: una filiera che accompagni, osservi, migliori e – quando serve – corregga.
Il punto più interessante, per chi guarda al calcio vero e non solo alle intenzioni, è che qui si parla di creare un “modello Italia” nella formazione: non una formula rigida, ma un’impostazione riconoscibile. Un modello, per funzionare, deve risolvere due problemi tipici: da una parte l’eterogeneità (metodi troppo diversi, qualità discontinua), dall’altra la fragilità (dipendenza dall’allenatore di turno, dalla sensibilità del singolo). L’obiettivo dichiarato è trasformare la crescita in un processo più solido, dove la qualità non è un caso fortunato ma una conseguenza prevedibile.

Il ruolo di Maurizio Viscidi e la scelta di rimettere la tecnica al centro dell’attività di base
Nel disegno federale, Maurizio Viscidi non è una figura simbolica: è il perno operativo. La sua missione è rendere “sinergiche” le aree tecniche che lavorano sul giovanile, spingendo una filosofia in cui il protagonista torna a essere il singolo calciatore, non il sistema che lo ingabbia. Il messaggio è chiaro: in Italia si rischia di “esagerare” con la tattica e con la ricerca del risultato già in età in cui il focus dovrebbe essere diverso. La correzione proposta non è teorica, ma pratica: un modello di allenamento da proporre ai club e, soprattutto, un affiancamento che aiuti tecnici e società nel lavoro quotidiano.
Quando si dice “tecnica al centro” si entra in un terreno che spesso viene semplificato. Qui, invece, la direzione è più precisa: aumentare la qualità tecnica attraverso un numero elevato di ripetizioni corrette del gesto, ma senza scadere nell’allenamento sterile. L’idea è che la tecnica non sia un esercizio isolato: deve vivere dentro il gioco, nei tempi e negli spazi che riproducono decisioni reali. L’obiettivo non è far palleggiare meglio per fare bella figura, ma far scegliere meglio e più in fretta quando la partita accelera.
Un concetto che torna come bussola è quello, molto concreto, del “toccare di più la palla”. È una frase semplice che, tradotta in metodo, significa rivedere le sedute, i numeri, i tempi morti, le file, la struttura dell’allenamento. Significa ridurre le attività che “allenano l’allenatore” (schemi ripetuti, movimenti guidati, istruzioni continue) e aumentare quelle che allenano il giocatore (situazioni, vincoli, libertà controllata). Il progetto, inoltre, promette una guida tecnica “semplice e pratica”, pensata per uniformare il lavoro su tutto il territorio nazionale: un passaggio fondamentale, perché spesso tra centro e periferia il divario non è di buona volontà, ma di strumenti.
Importante anche il collegamento con il percorso federale Under 14, pensato come anello di congiunzione tra vivai e attività internazionale delle selezioni azzurre dall’Under 15 in poi. Questo passaggio serve a ridurre uno dei “salti” più problematici: quello tra calcio di club e calcio di élite giovanile, dove cambiano ritmo, intensità, richieste mentali. Se il percorso viene reso più graduale e coerente, la selezione non diventa una cesura, ma una tappa.
In sintesi, la scelta tecnica qui è anche una scelta educativa: formare meglio il singolo per migliorare il collettivo. È un principio che sembra banale, ma cambia davvero le priorità: se la tecnica individuale migliora, aumenta la qualità complessiva del gioco; se aumenta la qualità del gioco, anche la tattica diventa più efficace; e se il ragazzo è più autonomo, l’allenatore può costruire invece di controllare ogni dettaglio.
@maurogiussani ESPERIENZE FLR -Intervista a Maurizio Viscidi Resp. Nazionali Giovanili ITALIA, al termine di un clinic Filrouge svoltosi al centro tecnico FIGC di Coverciano. www.filrougeswiss.com #calcio #calcioitaliano #settoregiovanile #allenatore #mister #formatore #clinic #aggiornamentocalcio #allenamento #coach #formazione ♬ suono originale – FILROUGESWISS
Perrotta e Zambrotta, formazione dei tecnici e nuove linee operative: cosa cambia nei prossimi mesi
Nel nuovo progetto, Simone Perrotta e Gianluca Zambrotta entrano come garanzia di credibilità e come ponte tra esperienza di campo e struttura federale. Il loro contributo è centrato sull’attività di base (in particolare nella fascia 5-12 anni), considerata la vera “fondazione” su cui si regge tutto il resto. È una scelta significativa: se una federazione decide di investire davvero sul futuro, non parte dall’Under 17, parte da quando si imparano le cose che non si recuperano più facilmente dopo.
La riforma mette al centro i bambini e le bambine non come “talenti in vetrina”, ma come persone in formazione. Qui il concetto è netto: il talento e i campioni sono una conseguenza di un modello formativo più ampio, non il suo unico scopo. Questo approccio mira a cambiare anche la pressione percepita: meno ansia da prestazione precoce, più spazio a crescita, divertimento, competenze tecniche e di vita. Un ambiente così, se funziona, non produce solo calciatori migliori: produce atleti più pronti a gestire frustrazione, competizione, relazioni, regole.
Uno dei punti operativi più immediati riguarda la formazione degli allenatori. Il progetto parla di corsi gratuiti online e di un investimento sulla qualità dei tecnici, perché la catena di miglioramento parte da chi costruisce le sedute, non da chi le subisce. In parallelo, vengono indicate direttrici organizzative: più corsi per la figura di “responsabile dell’attività di base”, maggiore qualificazione dei formatori, e l’introduzione della “programmazione per categoria”, cioè un percorso strutturato che aiuti a definire cosa fare, come farlo e perché farlo a seconda dell’età.
Altro punto rilevante è la riorganizzazione e valorizzazione delle Aree di Sviluppo Territoriale, con la figura del tecnico dedicato chiamato a intensificare la collaborazione con le società. È un passaggio chiave per evitare che il progetto resti “centrale” e non si traduca nella provincia calcistica, che è poi il vero tessuto del movimento. Se l’obiettivo è uniformare la qualità, serve presenza sul territorio, feedback, supporto e anche capacità di leggere i problemi reali: impianti, tempi, staff ridotti, differenze tra club.
Nei prossimi mesi la sfida sarà duplice. La prima è culturale: convincere un sistema abituato a giudicare i ragazzi per il risultato del weekend che, in certe età, vincere non può essere l’unico metro. La seconda è tecnica: trasformare principi in procedure, cioè rendere misurabile e replicabile ciò che oggi è lasciato troppo spesso alla sensibilità del singolo allenatore. Se la federazione riuscirà a tenere insieme queste due dimensioni, il nuovo corso potrà incidere davvero. Altrimenti, resterà una buona idea raccontata bene.