Alla vigilia di un appuntamento che conosce come pochi, Novak Djokovic arriva a Melbourne con uno zaino pieno di certezze, qualche incognita fisica da gestire e un messaggio chiaro: non c’è alcuna ossessione per il prossimo traguardo, solo la volontà di competere ancora ai massimi livelli.
È la sua 21ª presenza all’Australian Open, lo Slam che più di tutti ha segnato la sua carriera con 10 titoli su un totale di 24. Tra ricordi, numeri e prospettive, il fuoriclasse serbo ha indicato Jannik Sinner e Carlos Alcaraz come i riferimenti del momento, senza però arretrare di un millimetro nella propria ambizione.
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Numeri, memoria e motivazioni di un fuoriclasse
Il rapporto tra Djokovic e l’Australian Open è una storia in capitoli lunghi quasi due decenni. La prima pagina risale al 2005, quando affrontò in sessione serale Marat Safin, destinato poi a sollevare il trofeo. Da allora, il campo blu di Melbourne Park è diventato il suo territorio preferito, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Happy Slam” nelle sue parole affettuose. Oggi, alla 21ª partecipazione e con 10 successi in tasca, quei numeri non sono solo statistiche: sono la mappa di una longevità agonistica che lo ha portato a collezionare record su record, fino a diventare il metro di paragone per intere generazioni di avversari.
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Il serbo rivendica con naturalezza l’eredità di risultati costruita in anni di eccellenza e, allo stesso tempo, rifiuta l’idea che il suo percorso debba essere letto attraverso il filtro dell’addio. Ha spiegato di essere grato a un mestiere che gli ha permesso di viaggiare, misurarsi ovunque e vivere il proprio sogno. Per questo, la domanda sul “quando” smettere non lo appassiona: il suo orizzonte rimane il presente della competizione. Il dato, ricordato senza enfasi, è che si considera ancora il n.4 del ranking e che si sente parte del vertice del circuito. Quando arriverà il momento di chiudere, suggerisce, sarà lui a comunicarlo, evitando ogni rumore superfluo attorno al tema.
Nella sua narrazione c’è l’orgoglio di chi sa di aver spinto l’asticella molto in alto e la semplicità di un approccio che non cambia: entrare in campo per vincere, affrontare gli ostacoli uno alla volta, misurare le energie in un torneo che premia la continuità. A rendere tutto più significativo è il contesto: a Melbourne ha conquistato 10 dei suoi 24 Major, trasformando questo Slam nella casa del suo dominio. Ma dietro ogni numero c’è un movente emotivo potente: la spinta a competere, a trovare ancora margini, a difendere quell’identità da campione che, nel suo caso, è sempre stata fatta di esattezza tattica, resilienza mentale e capacità di leggere i momenti. È il filo che unisce il ragazzo del 2005 al campione di oggi: la stessa passione, con più esperienza e un bagaglio di consapevolezze che pesa come un’arma in più.

Condizione, avversari e gestione del torneo
Il cuore del discorso scivola naturalmente sulla condizione fisica. Djokovic non fa giri di parole: quando è integro, sente di poter battere chiunque.
“So che quando sto bene posso vincere contro chiunque”, è il concetto, chiaro e diretto. Il punto, semmai, è come arrivare nelle due settimane australiane con il serbatoio adeguatamente pieno. Il campione serbo ha riconosciuto che oggi, rispetto al passato, il recupero gli richiede più attenzione: serve calibrare carichi, allenamenti e tempi morti con maggiore prudenza. Anche per questo ha messo da parte la partecipazione ad Adelaide, frenato da un piccolo problema, preferendo presentarsi a Melbourne con il corpo “ricostruito” e la mente focalizzata sulle priorità.
Nella mappa degli avversari, due nomi spiccano sopra tutti: Jannik Sinner e Carlos Alcaraz. Djokovic ne riconosce apertamente lo stato di forma e l’impatto sul circuito: in questo momento, li considera su un gradino superiore rispetto al resto del gruppo. Lo dice senza ridimensionare se stesso, ma con la lucidità di chi fotografa l’andamento della stagione recente. Li definisce i profili dominanti del tennis maschile e li vede favoriti anche qui. Per colmare quel gap, ammette, a livello Slam gli è mancata ogni tanto un po’ di brillantezza nelle gambe: “Per competere con loro mi manca un po’ di benzina”, ha ammesso con franchezza.
La risposta sta nella gestione del torneo. A Melbourne non si vince solo giocando bene: si vince amministrando il dispendio, scegliendo i momenti in cui alzare i giri, preservando risorse nei turni iniziali e accendendosi quando il livello cresce. È la sua ricetta di sempre: affrontare ogni partita con la serietà di una finale, senza disperdere energie in battaglie inutili. Nel suo ragionamento c’è anche un riferimento al 2025, anno in cui ritiene di aver dato filo da torcere proprio a Sinner e Alcaraz nella loro corsa ai titoli più pesanti. Oggi lo scenario è simile: i due giovani sono davanti, ma il serbo vuole mettersi nella posizione giusta per incrociarli quando conta davvero. E se la settimana gli restituisce sensazioni positive, l’esperienza gli dice che tanto può ancora passare dalla sua racchetta.
Il traguardo dei 25 Major e il rapporto con la pressione
Il tema più atteso – la vittoria numero 25 in uno Slam – non scotta quanto ci si aspetterebbe. Djokovic ha chiarito che non vive il record come un’ossessione. Dopo una pausa mirata proprio a “ricostruire” il corpo, ha riconosciuto che negli ultimi due anni i tempi di recupero sono cambiati: servono più giorni, più ascolto di sé, più pazienza. Il piccolo stop che gli ha impedito di scendere in campo ad Adelaide rientra in questa nuova grammatica di gestione. L’importante, ha sottolineato, è esserci: presentarsi al via dell’Australian Open in condizioni di poter competere e poi lasciare che sia il campo a raccontare il resto.
La chiave psicologica è altrettanto centrale. Il serbo dice di voler guardare a ciò che ha già messo in bacheca, non come a un punto d’arrivo, ma come a una base solida su cui costruire. 24 titoli dello Grand Slam “non sono un brutto numero”, ammette con un sorriso, e portano con sé una lezione: apprezzare la strada fatta toglie tensione inutile dal presente. Di qui il rifiuto dell’approccio da ultimatum, quella logica del “ora o mai più” che, a suo dire, non aiuta a esprimersi al meglio.
È un equilibrio sottile, ma che lui conosce bene. Da una parte la fame di allungare la collezione di primati; dall’altra la saggezza di chi sa che inseguire numeri può trasformarsi in un boomerang emotivo. L’obiettivo è tenere il mirino sul processo: costruire gamba, ritrovare ritmo, scegliere con intelligenza dove spendersi. Le parole e i fatti vanno nella stessa direzione: primo, tutelare il fisico; poi, come sempre in Australia, provare a risalire passo dopo passo fino ai giorni che contano davvero. Se ci arriverà con il carburante giusto, lo dicono la storia e le sue abitudini, Djokovic resterà un fattore. E se il 25º dovesse arrivare, bene; altrimenti, il campione ha già spiegato che il valore del suo percorso non dipende da una singola cifra. In ogni caso, il circuito sa che, finché sarà in tabellone, la partita per il titolo passerà anche dal suo lato del campo.