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Torino, si cambia per fermare la caduta: Baroni verso l’addio e la pista D’Aversa prende quota

D'Aversa

Il Torino è entrato in quelle ore in cui la stagione sembra comprimersi tutta insieme: risultati che non arrivano, classifica che non concede respiro e un ambiente che chiede una svolta immediata. Dopo lo 0-3 incassato a Genova, la posizione di Marco Baroni è finita al centro di una riflessione profonda, destinata a produrre conseguenze a brevissimo termine. In città si respira un clima da “ultima chiamata”: non tanto per un singolo ko, quanto per la sensazione di smarrimento che la squadra si porta dietro da settimane. In questo scenario, il nome di Roberto D’Aversa è quello che rimbalza con più insistenza per l’eventuale cambio in panchina, come soluzione rapida e “di sistema” per provare a rimettere in carreggiata un gruppo che oggi appare fragile, esposto e spesso incapace di reagire ai colpi presi durante la partita.

La fotografia più nitida del momento granata è proprio quella del Ferraris: una gara indirizzata presto, resa ancora più complicata dall’inferiorità numerica e chiusa con l’idea, netta, di una squadra senza appigli emotivi. La classifica, poi, fa il resto: a quota 27 punti la zona calda non è più un’ipotesi lontana, ma un confine che si avvicina turno dopo turno. E quando la pressione diventa quotidiana, ogni scelta della società smette di essere programmazione e diventa gestione dell’emergenza. È qui che nasce il bivio: insistere con l’attuale guida tecnica sperando in un’inversione, oppure cambiare per tentare uno shock immediato, anche a costo di ridisegnare priorità e gerarchie.

La sconfitta di Genova come detonatore: segnali tecnici e psicologici

Lo 0-3 maturato contro il Genoa non è stato soltanto un risultato pesante: è stato un match che ha esposto, in modo quasi didattico, i punti deboli attuali del Torino. La partita si è messa in salita già nel primo tempo con le reti di Brooke Norton-Cuffy e Caleb Ekuban, poi è diventata una scalata impossibile dopo l’espulsione diretta di Emirhan Ilkhan a ridosso dell’intervallo. Nella ripresa, con il Torino costretto a inseguire in dieci, il gol di Junior Messias ha definitivamente chiuso la gara, lasciando ai granata soltanto la coda nervosa di una domenica da dimenticare.

Junior Messias

Il dato che pesa, però, non è solo la sconfitta: è la dinamica. Il Torino è apparso vulnerabile nella gestione dei duelli e nelle letture difensive, poco incisivo nel palleggio e, soprattutto, incapace di spostare l’inerzia quando il match ha iniziato a girare male. Quando una squadra non riesce a cambiare marcia nei momenti critici, la responsabilità è sempre condivisa: ci sono errori individuali, certo, ma c’è anche un tema di identità. Oggi il Torino fatica a riconoscersi: non sempre è chiaro se l’obiettivo sia controllare con ordine o aggredire per recuperare palla alta; non sempre i reparti salgono insieme; spesso l’attacco resta scollegato dal resto della manovra.

Baroni

La contestazione, in queste condizioni, diventa quasi inevitabile. L’ambiente granata è storicamente esigente e “caldo”, ma questa volta il malcontento non sembra legato a un singolo episodio: è una somma di settimane in cui la squadra ha perso fiducia. Anche il modo in cui si perde, nel calcio, può accelerare una decisione: non è uguale uscire sconfitti dopo una gara punto a punto o dopo una prestazione percepita come arrendevole. E lo scenario che si apre adesso è quello tipico dei periodi di crisi: la società valuta se la squadra abbia ancora margine per recepire correzioni dall’attuale staff, oppure se serva un cambio netto di linguaggio, metodi e gestione dello spogliatoio.

cairo

Perché la panchina diventa un tema: classifica, calendario e gestione dell’urgenza

Nel calcio italiano, quando la classifica si accorcia e la zona retrocessione si avvicina, la panchina è quasi sempre il primo interruttore che viene toccato. Non perché sia sempre la soluzione migliore, ma perché è la più immediata: cambiare guida tecnica è un messaggio rapido, dentro e fuori dal gruppo. Nel caso del Torino, il punto non è soltanto “quanti punti mancano” o “quanti punti ci sono”: è la percezione che la squadra stia scivolando, e che la deriva possa diventare irreversibile se non si interviene presto.

A rendere tutto più delicato c’è l’effetto domino del calendario. Ogni scontro diretto perso vale doppio, ogni partita casalinga giocata con paura può trasformarsi in un boomerang, ogni episodio arbitrale o ogni errore individuale rischia di diventare un macigno. Quando una squadra entra nella mentalità della sopravvivenza, cambiano anche le partite: aumentano i duelli sporchi, il valore delle palle inattive, il peso del primo gol. È in queste settimane che si costruiscono le salvezze e, allo stesso tempo, che si possono consumare crisi difficili da arginare.

In parallelo c’è un tema societario: l’equilibrio tra la necessità di salvare la stagione e la volontà di non strappare tutto. Un esonero non è mai un gesto isolato: comporta un impatto economico, uno spostamento di responsabilità e spesso un cambio di progetto anche sul mercato e sulle scelte di formazione. Eppure, quando i risultati diventano un’emergenza, la logica non è più quella del “lungo periodo”: è quella del “prossimo mese”. Il Torino, oggi, sembra esattamente dentro questa logica. Non è più tempo di promesse: servono punti, e servono subito.

Qui entra in gioco anche la gestione dello spogliatoio. Quando la squadra perde fiducia, il tecnico deve trovare un equilibrio complesso: proteggere i calciatori, ma senza rinunciare a pretendere; cambiare qualcosa, ma senza destabilizzare tutto; dare un’idea di futuro, mentre il presente brucia. Se questo equilibrio si rompe, la società tende a leggere i segnali con un criterio molto semplice: se non arriva una reazione rapida, allora si cambia. È un meccanismo duro, a volte ingiusto, ma tipico di un campionato dove la quota salvezza non perdona e dove ogni settimana può riscrivere la percezione di una stagione intera.

D’Aversa come possibile scelta: cosa cambierebbe davvero sul campo e nello spogliatoio

Il nome di Roberto D’Aversa emerge in queste ore come profilo pronto”: un allenatore abituato a lavorare in contesti di pressione, dove la priorità è dare ordine e punti più che estetica. In un eventuale passaggio di consegne, l’obiettivo sarebbe chiaro: ridurre gli errori, ricompattare la squadra, alzare il livello di attenzione e ritrovare un’identità riconoscibile. In termini pratici, significa prima di tutto intervenire su due aspetti: fase difensiva e transizioni. Quando una squadra è in difficoltà, non può permettersi di concedere troppo campo e, soprattutto, non può regalare episodi per disattenzione.

La prima conseguenza di una gestione “da emergenza” è spesso il ritorno a principi essenziali: distanze corte tra i reparti, raddoppi sugli esterni, maggiore protezione centrale e un’attenzione quasi maniacale alle palle inattive. È il tipo di calcio che non sempre entusiasma, ma che in certi momenti è l’unico sostenibile. Per il Torino, significherebbe anche chiarire gerarchie e ruoli: chi guida la linea, chi rompe in pressione, chi deve prendersi la responsabilità del primo passaggio e chi deve attaccare la profondità.

Duvan Zapata

Un altro punto chiave sarebbe la gestione mentale. In periodi così, il rischio è che la squadra giochi “per non sbagliare”: una condizione che produce lentezza, timidezza e, paradossalmente, più errori. Un nuovo allenatore può provare a rompere questo circolo vizioso con un messaggio diretto e semplice: obiettivi a breve termine, responsabilità individuali chiare, intensità negli allenamenti e selezione meritocratica. Per un gruppo in difficoltà, anche la chiarezza può essere una cura.

Naturalmente, ogni cambio comporta un’incognita: non esiste garanzia che lo scossone si trasformi in risultati. Ma la logica del “traghettatore” o del tecnico chiamato a sistemare l’urgenza funziona proprio così: non ti promette un percorso ideale, ti chiede un patto immediato. Il Torino, se davvero imboccherà questa strada, lo farà con un obiettivo primario: togliere la paura e riportare la squadra in una condizione di competizione reale, partita dopo partita. Perché, al di là dei nomi, la verità è una: quando sei dentro la bagarre, non serve immaginare maggio. Serve sopravvivere a marzo.

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