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Bublik: se Sinner e Alcaraz saltano, il Major sarebbe caos

Sinner e alcaraz

Un intervento schietto e senza filtri di Alexander Bublik riaccende il dibattito sullo stato mentale del circuito maschile.

Il kazako, ospite di un podcast insieme all’ex pro statunitense Sam Querrey, ha raccontato il clima che si respira tra i giocatori quando davanti si profilano due colossi come Jannik Sinner e Carlos Alcaraz. Da quel racconto nasce un’ipotesi estremamente suggestiva: cosa accadrebbe in un Grande Slam se i due fuoriclasse venissero eliminati prima del tempo? E se, addirittura, anche Novak Djokovic dovesse mancare la seconda settimana? La visione di Bublik apre a scenari “aperti” e a una pressione ridistribuita su tutta la top 10, con effetti potenzialmente dirompenti sul tabellone e sulla testa dei contendenti.

Alexander Bublik

Un retroscena da spogliatoio: la soglia psicologica contro i dominatori

Nelle sue parole, Alexander Bublik non si limita alla battuta: mette a nudo una dinamica mentale che, a suo dire, serpeggia tra molti colleghi. Quando i favoriti assoluti monopolizzano la narrativa dei tornei, gli altrifiniscono spesso per giocare una partita nella partita: non solo contro l’avversario del giorno, ma contro l’idea che il titolo, alla fine, spetti comunque a chi è già in cima alla piramide. Il kazako lo sintetizza con franchezza, arrivando a dire: “Non ho mai sentito nessuno di noi ‘altri’ giocatori dire di voler provare a vincere uno Slam”. È una frase che pesa, perché sposta il discorso dal livello tecnico a quello percettivo. Il punto non è soltanto il divario di colpi o di continuità, ma l’inerzia psicologica che si crea intorno a due punti fermi del tour come Jannik Sinner e Carlos Alcaraz.

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Secondo questa lettura, il circuito vive talvolta in bilico tra ambizione e rassegnazione. C’è l’obiettivo di andare lontano, certo, ma anche la sensazione che il soffitto sia basso quando la marcia dei campioni riprende ritmo. Bublik spiega che molti entrano in campo per “avvicinarsi” al titolo, non necessariamente per prenderselo, quasi come se il finale fosse già scritto. Una mentalità che tradotta può voler dire fare scelte più conservative nei momenti caldi, minor propensione al rischio e, paradossalmente, proprio quel piccolo scarto che decide una semifinale o un quarto di finale. Il kazako lo riassume con un’altra immagine forte: spesso si gioca “quasi convinti che alla fine perderemo contro uno di questi due”.

A soffrirne non sono solo i numeri in classifica: è lo spettacolo stesso, perché l’inerzia mentale tende a ingabbiare le alternative, riducendo la percentuale di upset reali. In questo senso, il retroscena dello spogliatoio diventa una chiave interpretativa preziosa: racconta come nascono (e si autoalimentano) i cicli di dominio e perché, per interromperli, non bastino un gran servizio o una giornata di grazia, ma serva anzitutto scardinare un copione interiore.

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L’ipotesi shock: un Major senza Sinner e Alcaraz

Da qui il passo verso la provocazione è breve. Bublik invita a immaginare un Grande Slam in cui Jannik Sinner e Carlos Alcaraz escono di scena per episodi imponderabili, quelli che il tennis conosce bene: una giornata storta, un sorteggio traditore, un avversario “caldo” che non sbaglia nulla. Cosa accadrebbe al torneo se i due poli magnetici sparissero dalla bussola? Il kazako è netto: “Sarebbe il caos!”. E rilancia: una seconda settimana con il resto della top 10 a braccetto ai quarti ridisegnerebbe le gerarchie nel giro di 48 ore. Se poi, nel gioco dell’immaginazione, a mancare fosse anche Novak Djokovic, lo spartito cambierebbe completamente. Non ci sarebbero più riferimenti fissi, e il tabellone diventerebbe una specie di borsa valori tennistica, con quotazioni che oscillano set dopo set.

Prendiamo ad esempio l’erba, superficie che per sua natura accorcia gli scambi, esalta la battuta e rende ogni tie-break una moneta che può cadere da entrambe le parti. In un contesto simile, l’uscita anticipata dei terremotatori del tour spalancherebbe spiragli a giocatori abituati a navigare nei pressi dei quarti senza superare la soglia. Il ritmo cambierebbe anche fuori dal campo: media, pubblico e addetti ai lavori ricalibrerebbero aspettative e narrativa, cercando nuovi protagonisti. È proprio questo il punto sottolineato da Bublik: quando vengono meno i fari principali, tutti gli altri sentono più responsabilità. Il torneo non diventa soltanto “aperto”; diventa pesante da reggere psicologicamente perché, all’improvviso, nessuno può più nascondersi dietro l’alibi del favoritissimo. Su erba come su cemento o terra, un Major senza i suoi sovrani naturali altererebbe meccanismi consolidati: cambierebbero le percentuali al servizio, le scelte nei game di risposta, perfino la gestione dei tempi morti tra un punto e l’altro. E così, una stagione che pareva lineare rischierebbe di trasformarsi in un racconto a capitoli imprevedibili, dove l’occasione premia chi mantiene il polso fermo proprio quando la pressione si fa più rumorosa.

djokovic

Pressione, tabelloni e opportunità: cosa cambierebbe davvero

La parola chiave del ragionamento di Bublik è “pressione”. Se Sinner e Alcaraz non sono più il terminale naturale del torneo, quella pressione non evapora: si sposta. Va a gravare sulle spalle di chi, fino al giorno prima, aveva come obiettivo realistico la seconda settimana. All’improvviso si apre una finestra irripetibile e ogni punto vale doppio. In questi scenari, i dettagli contano più del solito: una prima di servizio percentualmente più alta, la scelta di rispondere da un passo più avanti, la freddezza sul 30-30. E contano le micro-decisioni: quando chiedere il challenge, quando prendersi quei secondi in più con l’asciugamano, quando chiamare il fisioterapista. La differenza tra chi approfitta dell’occasione e chi la subisce è spesso racchiusa nella capacità di tradurre la nuova narrativa in un vantaggio concreto.

C’è poi il tema del tabellone. Con i vertici sgomberati, i quarti potrebbero diventare una sorta di mini-Master: incroci tra teste di serie vicine, partite dal pronostico molto più stretto, e un equilibrio che può cambiare alla prima crepa mentale. Il pubblico vivrebbe giornate di continua suspense, senza sentieri segnati. L’assenza di Novak Djokovic, evocata nello stesso gioco di fantasia, aggiunge un ulteriore strato: senza l’ombra lunga del campionissimo serbo, i finali si scoprono di colpo orfani di una figura che, da sola, sposta inerzie e costringe tutti a prestazioni “perfette” per quattro set. In un contesto simile, un giocatore dall’estro imprevedibile come Bublik potrebbe trovarsi a suo agio, ma lo stesso varrebbe per diversi interpreti abituati a capitalizzare sui momenti. È qui che lo sfogo diventerebbe racconto: chi regge il primo quarto d’ora di panico, chi trasforma i primi due turni di servizio tenuti ai vantaggi in fiducia, chi spegne l’adrenalina nel cambio di campo decisivo.

L’ultimo tassello riguarda il messaggio culturale che trapela dallo spogliatoio. Se davvero, come confessa il kazako, in tanti partono con l’idea di “avvicinarsi” al titolo più che di strapparlo, allora l’ipotesi di un tabellone improvvisamente orfano dei suoi sovrani diventerebbe una cartina tornasole: misurerebbe chi sa cambiare paradigma in 24 ore. Bublik lo dice senza giri di parole, arrivando a immaginare un Major in cui “tutti sentirebbero una pressione enorme”. È un’immagine potente perché non appartiene solo alla fantasia: racconta cosa succede quando il tennis, sport di abitudini e gerarchie, si trova all’improvviso senza il proprio copione. E, a quel punto, l’equazione si semplifica: niente più alibi, niente scorciatoie, solo la partita nuda. Chi saprà prendersela?

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