Il Qatar ExxonMobil Open entra nel vivo proprio in queste ore, con l’avvio del torneo ATP 500 di Doha (16-21 febbraio 2026) e un tabellone che, già dal primo turno, mette sul piatto incroci capaci di orientare l’intera settimana. È una tappa che arriva in un momento delicato della stagione: c’è chi deve consolidare il lavoro fatto in Australia, chi cerca continuità dopo le prime fatiche dell’anno e chi vuole trasformare la trasferta mediorientale in una piattaforma di lancio verso la primavera sul cemento. In questo scenario, la presenza contemporanea di Jannik Sinner e Carlos Alcaraz alza immediatamente la soglia di attenzione: non solo per il loro peso specifico nel ranking e nel racconto del circuito, ma perché entrambi si presentano con un messaggio tecnico preciso, centrato su un fondamentale che oggi, più che mai, è diventato la valuta del tennis moderno: il servizio.
Il torneo di Doha non è “solo” un ATP 500. È anche un test di maturità competitiva: condizioni rapide, gestione delle energie, adattamento alle routine di un evento che comprime tante partite importanti in pochi giorni. E quando in tabellone ci sono nomi come Daniil Medvedev, Andrey Rublev e un gruppo di outsider pronti a scardinare le gerarchie, il margine di errore si assottiglia. Il primo turno, in particolare, racconta già una storia precisa: Sinner apre contro Tomas Machac, mentre Alcaraz comincia la sua corsa contro Arthur Rinderknech. Due partite diverse per ritmo e dinamiche, ma unite dallo stesso filo conduttore: chi vuole comandare gli scambi deve partire da una battuta affidabile e da una prima palla che non sia solo un colpo d’inizio, ma un’arma per prendere campo.

Il debutto di Sinner e l’idea chiave del torneo: servire meglio per essere più dominante
Per Jannik Sinner questo ATP 500 è un passaggio fondamentale anche sul piano dell’identità di gioco. Il suo debutto contro Tomas Machac non è una formalità: il ceco è un avversario moderno, atletico, con capacità di cambiare ritmo e di reggere gli scambi ad alta intensità senza perdere lucidità. Il tipo di partita che costringe a giocare “bene” e non soltanto “forte”, perché i momenti di inerzia possono ribaltarsi rapidamente: basta un turno di servizio gestito male o un game in cui la prima palla non entra con continuità per ritrovarsi invischiati in una lotta di dettagli.
In questo contesto, il punto centrale del lavoro di Sinner nelle ultime settimane è chiaro: la costruzione di un servizio più solido, più ripetibile e soprattutto più utile a semplificare i turni di battuta. L’idea è trasformare il servizio in una garanzia quotidiana, non in un colpo “a fiammate”. Quando la battuta funziona, il tennis di Sinner diventa più tagliente: può prendere il controllo con il primo colpo dopo il servizio, può gestire meglio la profondità, può scegliere quando accelerare senza doverlo fare sempre. E, soprattutto, può risparmiare energie in un torneo che non concede pause.
Il tema fisico entra così in modo naturale: lavorare in palestra, aumentare la resistenza specifica, presentarsi al via con un corpo capace di sostenere più partite ravvicinate e con l’obiettivo di aggiungere un “gradino” alla propria efficienza. Non è un dettaglio narrativo, è strategia: a Doha, come in molte settimane del circuito, la differenza tra chi arriva in fondo e chi esce presto spesso non è la qualità media del tennis, ma la gestione dei momenti di pressione e l’abilità di attraversare match complicati senza disperdere troppe risorse. Un servizio più affidabile significa anche meno seconde palle attaccabili, meno scambi iniziati in difesa e più possibilità di restare aggressivi senza scomporsi.
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Il primo turno con Machac è quindi un banco di prova immediato per questa “nuova” priorità. Non si tratta solo di vincere, ma di capire come sta funzionando la catena completa: qualità della prima, scelta delle traiettorie, efficacia della seconda, capacità di variare e leggere la risposta avversaria. Se questi ingredienti si incastrano, Sinner può far partire la settimana con un messaggio forte al tabellone: non un rientro prudente, ma un rientro già orientato al dominio tecnico e mentale.

Alcaraz parte da Rinderknech e il tabellone spinge verso una settimana “da big”: incastri, pressione e possibili snodi
Dall’altra parte, Carlos Alcaraz arriva a Doha con un’attenzione particolare rivolta alla battuta e alle sue evoluzioni. Nel suo caso, la questione è ancora più interessante perché il suo tennis vive di creatività e di improvvisazione controllata: quando il servizio gli apre il campo, può scegliere soluzioni che pochi altri hanno, alternando potenza, tocco, variazioni e accelerazioni improvvise. La partita contro Arthur Rinderknech è un avvio che può sembrare lineare solo in apparenza: il francese è in grado di mettere pressione con la risposta e di rendere scomodo il match se riesce a portarlo su un ritmo spezzato, fatto di scambi brevi e situazioni in cui serve grande precisione sui primi colpi.
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Doha, però, è un torneo che spesso costringe i favoriti a “entrare” subito nella settimana, perché il livello medio è alto e perché le condizioni non perdonano cali di intensità. Chi parte lento rischia di finire in una partita tirata prima ancora di aver trovato automatismi. Per questo l’avvio di Alcaraz è significativo: non tanto per il nome dell’avversario, quanto per l’obiettivo di imporre da subito un tennis completo, con percentuali buone al servizio e con una gestione intelligente dei turni in risposta.
La struttura del tabellone, inoltre, è costruita per alimentare tensione competitiva fin dai primi giorni: i big sanno che ogni turno può diventare un test vero. Un eventuale percorso verso le fasi avanzate passa per incroci in cui la tenuta mentale diventa decisiva: la capacità di non farsi trascinare in scambi inutilmente lunghi, di proteggere i propri turni di battuta e di alzare il livello nei punti che contano. È qui che il lavoro sul servizio, raccontato come priorità tecnica del momento, assume un senso più ampio: non è solo “fare più ace”, ma evitare passaggi a vuoto, ridurre la volatilità dei game e arrivare ai finali di set con una sensazione di controllo.
Accanto a Sinner e Alcaraz, la presenza di altri protagonisti aumenta il rischio di sorprese e rende più complessa la gestione delle aspettative. Daniil Medvedev è uno che sa trasformare i tornei sul cemento in una maratona strategica, Andrey Rublev porta un’aggressività costante che può travolgere chiunque nei giorni “caldi”, e poi ci sono giocatori come Alexander Bublik, capaci di cambiare completamente ritmo e copione di una partita con soluzioni non convenzionali. In un contesto così, la settimana può decidersi su due o tre episodi: un tie-break giocato male, un break concesso con due errori gratuiti, una cattiva lettura delle condizioni di gioco.
Doha, in sostanza, è già un crocevia di stagione: chi esce presto porta via domande e necessità di aggiustamento; chi avanza consolida certezze e accumula quel tipo di fiducia che nel tennis vale quasi quanto i punti. E con due stelle come Sinner e Alcaraz che dichiarano apertamente una direzione tecnica comune — rendere il servizio più incisivo e più stabile — il torneo si trasforma in un laboratorio ad alta pressione, dove ogni partita diventa un’indicazione concreta su cosa sta cambiando davvero nel loro 2026.