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Alcaraz vince l’Australian Open e completa il Career Grand Slam

alcaraz dopo aver vinto l'australian open

Notte storica a Melbourne: Carlos Alcaraz conquista l’Australian Open e completa il suo Career Grand Slam a soli 22 anni, il più giovane di sempre a riuscirci. La vittoria in finale su Novak Djokovic dà la misura di un’impresa che va oltre il singolo trofeo e si allarga al racconto di un atleta capace di cambiare pelle dentro la partita e dentro la stagione. Nella conferenza stampa post‑match, lo spagnolo ha scelto la misura dell’equilibrio: ha celebrato il traguardo, ha reso omaggio all’avversario e ha indicato il prossimo orizzonte, il Roland Garros, senza farsi travolgere dalla corsa ai paragoni o dai sogni di calendario perfetto. La sua è la fotografia di un campione che tiene insieme fame e lucidità, orgoglio e pazienza, lavoro quotidiano e visione a lungo termine.

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La notte di Melbourne e il significato del traguardo

La finale dell’Australian Open di domenica 01/02/2026 ha consegnato al tennis una scena dal valore simbolico. Carlos Alcaraz ha battuto Novak Djokovic al termine di una partita in cui lo spartito è cambiato dopo un avvio complicato. Lo spagnolo ha spiegato di aver vissuto un primo set contro un avversario “ispirato”, poi di aver trovato la chiave con piccoli aggiustamenti: più solidità nelle scelte, attenzione a non forzare e la capacità di restare presente punto dopo punto. In conferenza ha riassunto così la svolta: “Nel tennis basta un punto per cambiare tutto”.

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Quel cambio di inerzia lo ha condotto fino al trofeo che inseguiva da anni a Melbourne, l’unico Slam che finora gli aveva negato l’accesso alle fasi finali. Con questo successo, il murciano entra definitivamente nella geografia dei grandissimi: la collezione dei quattro Major è completa e, a 22 anni, si traduce in un primato anagrafico che porta il suo nome accanto ai più grandi della storia. Alcaraz non ha nascosto la dimensione emotiva di un viaggio iniziato in pre‑stagione, quando aveva scelto di isolarsi dal rumore di chi metteva in dubbio forma e continuità: allenamenti mirati, un lavoro paziente sulla condizione e la volontà di presentarsi a Melbourne con l’obiettivo di competere fino alla fine. “Completare il Career Grand Slam era qualcosa che avevo in mente”, ha ammesso, sottolineando quanto il titolo australiano fosse diventato un traguardo personale e tecnico insieme.

Non c’è stato spazio per trionfalismi: il tennista ha insistito sull’importanza di “godersi ogni secondo” di un percorso che, settimana dopo settimana, impone di voltare pagina in fretta. Eppure la notte di Melbourne rimarrà un’ancora nella sua memoria: l’ultimo passaggio che mancava per chiudere il cerchio dei Major e aprire, allo stesso tempo, una nuova fase della carriera.

djokovic dopo aver perso con alcaraz

Un campione che pensa uno Slam alla volta

Di fronte alla domanda inevitabile sullo Slam di calendario, Carlos Alcaraz ha frenato. Sogno ammesso, ma senza proclami. “Sarà una grande sfida”, ha detto, chiarendo che la strada passa da obiettivi intermedi, a partire da Parigi. Nei suoi racconti, il Roland Garros è un luogo di ricordi e sensazioni speciali; laddove il tennis si impasta con la terra e il ritmo mentale esige cuciture fini. È lì che si sposta l’attenzione immediata: recupero, lavoro specifico sulla superficie, pianificazione dei tornei di avvicinamento. Il messaggio è netto: evitare la trappola della pressione auto‑indotta e costruire forma e fiducia giornata dopo giornata. “Non voglio mettermi addosso troppa pressione”, ha ribadito, chiamando in causa quell’equilibrio che nelle ultime settimane è diventato cifra identitaria.

Alcaraz ha riconosciuto il ruolo del team in questa crescita: nei match iniziali, quando le sensazioni non erano perfette, il box gli ha ricordato di avere pazienza e di accettare con spirito positivo i momenti difficili. Il lavoro ha pagato nel corso del torneo e ha messo al centro un concetto semplice: essere solidi nelle tempeste, aggressivi quando si apre il varco. In questo quadro, è arrivato anche un chiarimento su un tema discusso: l’assenza di Juan Carlos Ferrero in tribuna.

Nessun desiderio di “dimostrare” qualcosa a qualcuno, solo il dovere di giocare per sé e per la propria squadra: “Sono venuto qui giocando per me stesso, per il mio team”. Quanto ai traguardi, lo spagnolo ha elencato una mappa realistica e ambiziosa: puntare a vincere i Masters 1000 che mancano in bacheca, mettere nel mirino le ATP Finals e riportare in alto la Coppa Davis con la Spagna.

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L’omaggio a Djokovic e l’eredità che si costruisce

Il rispetto per Novak Djokovic ha attraversato tutta la serata. Carlos Alcaraz ha parlato del campione serbo come di un modello trasversale, capace di ispirare atleti di ogni sport per longevità, disciplina e capacità di ripresentarsi ai massimi livelli nonostante i pronostici. Ha ricordato la qualità del torneo del numero uno serbo, la semifinale vinta contro Jannik Sinner e la prestazione in finale, ribadendo che un giocatore con quel livello potrà tornare a giocarsi altri grandi titoli.

Per lo spagnolo, la grandezza si misura su archi temporali lunghi, sulla ripetizione dell’eccellenza più che sull’episodio: “Una leggenda si costruisce nel tempo”, ha osservato, spiegando che ciò che conta è presentarsi anno dopo anno con la stessa ambizione e la stessa fame. È un concetto che guarda anche a sé stesso: Alcaraz rifiuta l’etichetta affrettata di fenomeno “definitivo” e preferisce che sia il futuro a parlare, con tornei, stagioni, cicli. Dentro questa cornice, la vittoria di Melbourne ha due effetti. Il primo è sportivo: consolida la sua credibilità su tutte le superfici e conferma la capacità di reggere la pressione dei palcoscenici più esigenti. Il secondo è narrativo: aggiunge un capitolo che resterà nelle antologie del gioco, perché raccoglie il significato di un passaggio di testimone simbolico, senza bisogno di proclami. Non è mancata, alla fine, una pennellata personale che racconta il ragazzo oltre il campione: la promessa di un tatuaggio, un piccolo canguro sulla gamba, omaggio alla terra australiana e alla coppa appena alzata.